La Galleria Di Marino porta i suoi 25 anni d’arte contemporanea alla Galleria Licini

Come raccontare 25 anni di attività nell’arte contemporanea? Come esprimere in maniera coerente l’impegno, il rischio, l’attenzione, il gusto e tante altre piccole e grandi cose quotidiane, straordinarie, memorabili e dimenticate che, alla fine, arrivano a comporre la storia di una galleria? La risposta è più semplice di quello che sembrerebbe da tali domande: basta affidarsi alle opere. E così, per raccontare il proprio quarto di secolo – che nel caso specifico non ha segnato affatto una Quarter-Life Crisis –, la Galleria napoletana Umberto di Marino ha presentato una serie di lavori di Elena Bajo, Marc Breslin, Yaima Carrazana, Jota Castro, Santiago Cucullu, Alberto Di Fabio, Eugenio Espinoza, Bruna Esposito, Luca Francesconi, Simon Fujiwara, Francesca Grilli, Satoshi Hirose, Mark Hosking, Francesco Jodice, Runo Lagomarsino, Ana Manso, Pedro Neves Marques, Gian Marco Montesano, Hidetoshi Nagasawa, Vettor Pisani, Marco Raparelli, André Romão, Giulio Scalisi, Eugenio Tibaldi, vedovamazzei e Sergio Vega. L’esposizione, a cura di Enzo e Giosuè Di Marino, sarà visitabile fino all’8 settembre 2021, negli spazi della Galleria d’Arte Contemporanea Osvaldo Licini, ad Ascoli Piceno, nell’ambito di “Grandi Gallerie al Museo”, format ideato da Arte Contemporanea Picena che, ogni anni, inviterà alcune tra le più influenti gallerie italiane a presentare la propria ricerca. Un bel progetto che rivelerà spunti interessanti e che sarà utile per dare nuova linfa al Museo ascolano, giocando un ruolo da protagonista nella candidatura della città a Capitale Italiana della Cultura 2024.

“Un posto come un altro dove appendere il cappello” è il titolo della collettiva presentata dalla Galleria Di Marino, che aprì il primo capitolo della sua storia tutta contemporanea nel 2001, con una doppia personale di Omar Galliani e Vettor Pisani, nella sede che, in quell’anno, era ancora a Giugliano, nella zona nord-occidentale di Napoli che, con la sua posizione di cerniera tra la metropoli e la periferia, tra incompiuto e in attesa, ha orientato parte degli orientamenti della Galleria e degli artisti che vi lavoravano. Poi, nel maggio 2005, la nuova sede a Napoli, a ridosso di piazza dei Martiri, nel cuore pulsante dell’arte contemporanea partenopea, con la mostra inaugurale affidata a vedovamazzei. E quindi il presente, con la mostra appena chiusa di Luca Francesconi e una appena aperta di André Romao. Tra queste date, tante altre collaborazioni e progetti, al di qua e al di là dei propri spazi, l’ultimo quello di Eugenio Tibaldi, ad Parco D’Arte Collezione Agovino di Aquapetra.

Sarebbero centinaia le pagine da sfogliare, con tanto di note e apparati bibliografici ma il colpo d’occhio delle opere d’arte è probabilmente più immediato e anche più fedele, per attraversare le ricerche attorno alle quali si è strutturata negli anni l’attività della galleria. «L’attenzione alle trasformazioni del paesaggio in chiave antropologica ed economica, la rilettura di fenomeni geopolitici, il post-colonialismo e il fallimento del Modernismo sono solo alcune delle tematiche affrontate dagli artisti con i quali si è costruito nel tempo un rapporto duraturo, ma anche con quelli che hanno attraversato la galleria soltanto per un progetto e nella visione dei curatori ospiti», spiegano dalla Galleria. «La mostra è un tentativo di abbracciare idealmente tutte le riflessioni e le dinamiche che hanno contribuito ad un discorso corale e ad una visione di galleria come laboratorio di pensiero e luogo di intreccio di relazioni professionali, ma anche intellettuali ed umane», continuano.

Ed è infatti sul concetto di familiarità che è incentrato questo racconto, in cui una galleria si presenta come punto di incontro, di relazione. Familiarità, quindi conoscenza, mutualità, “casa” ma intesa in senso dinamico, come prossimità non tanto topografica quanto sentimentale, empatica, qualcosa di afferente alle sensazioni e sfuggente eppure concreta, abitudinaria e al contempo instabile, irrequieta. Insomma, come la pensava Bruce Chatwin, esplicitamente chiamato in causa nel titolo della mostra e che così introduceva “The Songlines”, “Le vie dei canti”, pubblicato nel 1987: «La domanda cui cercherò di rispondere è la seguente: perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?». Questo sì che è un interrogativo complesso da sciogliere, come del resto non è così semplice capire come facciano delle opere d’arte, realizzate lungo un arco temporale di 25 anni e da mani e pensieri tanto diversi, a raccontare poi una storia coerente, eppure ci riescono perfettamente.

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