Una splendente, feroce Pelle Rossa: Jean-Loup Champion a Napoli

di - 22 Maggio 2022

A Napoli, tra Castel Capuano e Porta Capuana, c’è una grande chiesa. È Santa Caterina a Formiello, un tempo vicina ai “formielli”, i canali di un antico acquedotto. La chiesa, nata nei primi anni del Cinquecento, si è evoluta nei secoli conservando l’impianto originario. Un esempio di quello che è Napoli, dove tutto si evolve e nulla si cancella. Così, nell’annesso ex monastero, in via di restauro, c’è la Fondazione Made in Cloister, che gestisce uno spazio polivalente diretto da Davide De Blasio, che ora ospita, fino al 2 ottobre, “Pelle Rossa”, esposizione di opere di un artista francese, che è anche brillante storico dell’arte, curatore, scrittore ed editore: Jean-Loup Champion.

La scelta di Champion di un antico luogo tipicamente napoletano per questa sua mostra non è casuale. «C’è molto di Napoli nelle mie opere», dice. É giorno di chiusura al pubblico del luogo, ma vi entriamo con lui. Saliamo scale, attraversiamo sale che hanno il colore grigio chiaro di una polvere antica. Champion infila, con qualche intoppo, una grossa chiave nella serratura di una pesante porta di legno che, infine, si spalanca su una visione inaspettata. Sembra un colpo di teatro lo spettacolo di un’abbagliante sinfonia di rossi sul candore luminoso delle pareti. Un lucido rosso color carminio inonda le opere: sono come bagnate, intrise di sangue. «Ho ottenuto questo colore sovrapponendo più colori», mi dice. Nei quadri alle pareti, il rosso varia delicatamente, movimentandosi, adeguandosi naturalmente al supporto, al diverso materiale su cui è steso, legno, osso, stoffe, objets trouvés. Questi quadri hanno generalmente forme quadrate (la parola stessa lo dice). Spesso vi è rappresentata una croce. Champion è forse cristiano? «Sono stato educato al cattolicesimo. Ma poi…Comunque la croce è una figura bellissima. Comprende tutto». E qui viene fuori il suo essere razionale, il francese ammiratore di Cartesio, che con le sue assi ortogonali misurava il mondo.

Figure umane, con il corpo strettamente fasciato, sono legate a un supporto di legno, impedite di muoversi. Sono senza testa, come quei pupazzi di stoppa e fil di ferro, che poi, dotati di piedi, mani e viso di terracotta e ricoperti da abiti settecenteschi, diventano i “pastori vestiti” del presepio napoletano.

Al centro della grande sala, che è il lungo corridoio che univa due parti del vecchio monastero, dei banchi sostengono sculture a tutto tondo. Alcune sono, anche loro, figure senza testa. Altre hanno la testa ma il loro volto è coperto, nascosto. Perché il volto identifica questa o quella persona e, invece, qui si dice della generale, dolente condizione umana, dell’uomo che, impedito da vincoli feroci, stretto da bende che gli vietano di muoversi, di vivere, ha brama di liberarsene. Così, qui l’arte parla del grigiore del dolore e dei pensieri tristi, mentre dice, con il bellissimo inimitabile colore rosso, del sangue che scorre nelle vene, di un forte, folle desiderio di vita.

Senza testa sono anche alcune figure che, cadute e immerse nel fango (rosso) che le impiastriccia e, come sabbie mobili, le trattiene, cercano di liberarsene e di rialzarsi. Anche loro desiderano la vita. Per essa bisogna combattere. Ed ecco un cavaliere, ardente guerriero, regolarmente privo di testa, diritto in sella al suo cavallo (un’asse di legno è la coda, un’altra asse, più grossa, è la testa), che apre la bocca, grida e grugnisce. Lui, il cavaliere, minaccioso, brandisce una spada. Ma non fa paura. Perché è come il guerriero immaginato dalla fantasia di un ragazzino che gioca con i soldatini. C’è anche una sorta di humor nell’arte di Champion.

«Jean-Loup ha una cultura vasta e profonda – dice un suo amico, che lo conosce da tempo – ed è fornito di cultura classica, ma conosce anche i miti di altre genti, incontrate durante i suoi viaggi in giro per il mondo. Nella sua testa ha tante immagini, tante idee». Una mostra personale ci dà la possibilità di conoscere l’autore. Ma nel gran numero delle opere, “Pelle rossa” ne conta 37, si perde la possibilità di conoscerne bene ognuna.

Eppure non si può fare a meno di notare un’opera che è in fondo alla sala. Attrae da subito, appena entrati. È l’unica che abbia un nome: Reliquario. È un enorme vaso di bronzo, rosso, naturalmente. Da lontano, potrebbe sembrare un bene educato, borghese portaombrelli, soltanto un po’ più grande, che contenga dei normali bastoni. Che sono, invece, delle grosse ossa di animali morti. Spuntano dall’imboccatura del vaso, e, dal suo interno, dirompente, forzando e rompendo la superficie del vaso, si affaccia un altro osso: non vuole stare stretto tra i morti del reliquario, vuole entrare nel mondo dei vivi.

Jean-Loup ama Napoli e ammira la sua cultura popolare, per la quale la morte non fa paura, anzi i morti sono presenze familiari. Sono le anime dei propri cari, che stanno sempre nelle foto sul comò, sono quelle dei santi e quelle del Purgatorio. Sono i teschi del cimitero delle Fontanelle, che vanno curati e lucidati. Noi preghiamo per loro e loro pregano per noi.

Catalogo edito da Editori Paparo, a cura di Angela Tecce e Thomas Schlesser, con testi di Jean-Lup Champion, Davide De Blasio, Tecce e Schlesser, coordinamento editoriale di Carmine Romano, fotografie di Francesco Squeglia.

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