Sabrina Casadei, Giro di Vento. Installation view Ph. Filippo De Majo
Dopo quattro anni dall’ultima personale dell’artista presso la galleria, e fino al 21 marzo 2026, Sabrina Casadei (Roma, 1985) torna alla Francesca Antonini Arte Contemporanea con un percorso espositivo curato da Marina Dacci.
Entrando nella galleria di via di Capo le Case 4, veniamo invitati a riflettere sull’evoluzione dell’opera dell’artista in rapporto alla realtà, la cui fluidità, mutevolezza e mistero si contrappongono alla staticità connaturata all’immagine. La natura viene raccontata senza essere mai descritta figurativamente, ma rappresentando micro e macrocosmi che emergono quasi in autonomia sulla tela.
Siamo introdotti a questa riflessione gradualmente, venendo accolti all’ingresso da alcuni dipinti che rimandano al mondo naturale più terreno, alla sua mineralità, a scenari boschivi. Questi, seppur meno legati alla sfera del movimento, presentano già un elemento trasversale all’opera dell’arista: l’incontro e la commistione tra i diversi materiali d’elezione, che reagendo tra loro, a volte anche in modo indisciplinato, generano stratificazioni dalle texture più variegate, porose e irregolari. In questo caso, il risultato produce un richiamo immediato a sottoboschi fungini.
Sabrina Casadei indaga le relazioni che si costituiscono naturalmente tra i materiali che impiega, a tela sdraiata, non governando in un primo momento il risultato delle varie reazioni fisiche e chimiche, ma osservando e studiando questi legami in divenire. Quando la tela viene poi verticalizzata, allora l’artista interviene nuovamente sull’opera, rifinendola, aggiungendo, sottraendo, reinterpretando la materia tramite il suo sguardo e ponendosi in dialogo con essa.
Questo approccio esplorativo emerge con ancora più potenza nella sala principale, dove il tema del movimento e dei flussi è cardinale. Le grandi tele esposte raccontano l’incontro tra diverse forze eteree che si spingono, si incrociano e coesistono in un equilibrio fugace e mutevole. Tramite un alternarsi di vuoti e pieni, stratificazioni e trasparenze, vediamo emergere dalla tela brezze e correnti in combinazioni spontanee di materia, dando vita a tele ariose e leggere, che potrebbero richiamare anche molluschi e paesaggi marini. Casadei padroneggia l’uso di oli, acrilici, coloranti, decoloranti, cementi, pigmenti e cere, producendo quadri inaspettati e magmatici, dove la matericità dell’opera diventa protagonista. In questa sala, in particolare, l’impiego della cera rende le tele a tratti lucide e riflettenti, rendendo la fruizione dell’opera ancor più tridimensionale.
Negli ultimi anni, l’artista si è approcciata anche al mondo della tessitura e ne vediamo un esempio nella nicchia vicino all’uscita: un arazzo prodotto dall’artista grazie a un telaio jacquard digitale presso Lottozero, laboratorio creativo di sperimentazione tessile per l’arte e il design con sede e a Prato. Casadei ha preso un dettaglio di un suo dipinto e l’ha trasposto con impulsi digitali sul telaio, dando anche input di errore rispetto all’immagine iniziale e apportando delle modifiche successive. L’ordito, normalmente fitto, qui si presenta più morbido e senza regole, ricordando anche le tele dei primi anni della sua esperienza artistica, ricche di spazi bianchi. Ha cercato di esprimere il suo gesto pittorico su un altro supporto, sempre molto materico.
A chiudere la mostra troviamo un piccolo tavolo su cui sono adagiati diversi supporti cartacei di recupero: taccuini, registri contabili e scolastici acquistati dall’artista a Porta Portese. Casadei qui ha effettuato un lavoro molto intimista, sfruttando i diversi formati di carta per dipingervi annotazioni visive, impressioni, pensieri ed emozioni. La resa è simile a ciò che possiamo trovare in un diario, narrazione più personale e intima rispetto al resto delle opere esposte.
In questo modo, la pratica di Sabrina Casadei si configura come un costante dialogo tra intenzione e accadimento, tra gesto pittorico e autonomia della materia. L’artista osserva, asseconda e talvolta corregge le trasformazioni che avvengono sulla superficie, restituendo immagini che sembrano nascere da processi naturali più che da una volontà rappresentativa. Ne emerge un percorso in cui pittura, tessitura e annotazione visiva diventano diverse modalità di indagare la stessa tensione: quella tra il movimento incessante della realtà e il tentativo dell’immagine di trattenerne, almeno per un momento, le tracce.
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