La prima mostra di Andrea Fraser in Italia è una riflessione critica sul sistema dell’arte

di - 22 Giugno 2024

Chi decide cosa ha valore nel mondo nel dell’arte? È questo, insieme ad altre spinose domande sul collezionismo, l’interrogativo che attraversa la prima retrospettiva in Italia di Andrea Fraser alla Fondazione Antonio Dalle Nogare a Bolzano. Artista, scrittrice e docente universitaria, Andrea Fraser (Billings, Montana 1965) è considerata tra le più radicali e influenti rappresentanti dell’Institutional Critique, ambito in cui è stata la prima ad operare con la performance. I just don’t like eggs! Andrea Fraser on collectors, collecting, collections: il titolo della mostra a Bolzano è già un programma – riprende infatti la frase detta da un collezionista d’arte in una performance dell’artista ed evoca «il linguaggio e la mentalità del collezionismo quale espressione di gusto, desiderio, distinzione …negazione, esclusività ed esercizio della scelta come una forma di potere. E se quell’uovo fossi io? potrebbe chiedersi un/un’artista» spiega Andrea Viliani, curatore del progetto espositivo con Vittoria Pavese.

I just don’t like eggs!, fino al 22 febbraio 2025, presenta progetti che attraversano l’intera ricerca di Andrea Fraser, dalla fine degli anni Ottanta alle produzioni più recenti e richiede un’immersione, con tempo e pazienza, nell’archivio di pensiero dell’artista e della sua pratica, che si esprime in ricerche, azioni performative e incursioni nei musei e collezioni, con ruoli diversi. E così nel video Museum Highlights: A Gallery Talk del1989 vediamo Fraser vestire i panni di una guida del Philadelphia Museum of art di nome Jane Castleton, che invece di spiegare ai visitatori le opere, illustra gerarchie e i sistemi sociali all’interno del museo. Ricerche tra archivi, inventari e documenti, interviste, lunghi studi sono gli strumenti che Fraser utilizza per mettere sistematicamente in luce dinamiche, ipocrisie (il)logiche, perbenismi legate al collezionare arte.

Ad esempio, A Project in Two Phases del 1994-95 è il risultato di una lunga analisi sulla EA-Generali Foundation a Vienna, molto attiva nel voler confrontare gli impiegati con l’arte contemporanea. Tra i prodotti dell’indagine di Fraser, un report mappa le posizioni di dirigenti e dipendenti rivelando un generale sentimento di ostilità da parte degli impiegati verso la decisione dell’azienda di collezionare arte contemporanea. Sfogliando i documenti, ci si imbatte poi sulle “linee guida” in cui l’azienda stabilisce con precisione il valore economico delle opere d’arte con cui arredare gli uffici, valore che cresce a seconda del grado degli impiegati (e il pensiero corre agli arredi negli uffici dei megadirettori galattici di fantozziana memoria).

Andrea Fraser, Collected The Lady Wallace’s Inventory, 1997, Courtesy of the artist and Marian Goodman Gallery

Il collezionismo come status sociale; la psicologia del collezionista, tra desiderio di possesso e mancanza; i criteri escludenti in base ai quali i musei impongono sistemi valoriali su cosa sia o meno un’opera d’arte sono solo alcuni dei temi che Fraser presenta nelle sue opere con il rigore sistematico dell’anatomopatologa e la profondità emotiva della psicoterapeuta istituzionale. Opere che spesso suonano come frammenti di conversazioni di un certo mondo dell’arte, estratti non senza una certa affilata ironia: May I Help You? Aren’t they lovely?

La dedizione alla ricerca è costata a Fraser anche momenti di vero sconforto «Intorno al duemila, dopo tanti anni ero un po’ stanca, non riuscivo a pagare l’affitto e spendevo un sacco di tempo a visitare spazi che non ero nemmeno poi tanto interessata a conoscere… avevo iniziato a collaborare con le gallerie e mi sembrava di tradire me stessa, dopo una vita dedicata a studiare le ambiguità e le contraddizioni del mercato dell’arte» spiega Andrea Fraser ad exibart, introducendo così la sua opera più nota e radicale, Untitled, del 2003, in cui ha filmato un rapporto sessuale in una stanza del Royalton Hotel di New York tra lei e un collezionista privato. Il lavoro composto, tra l’altro, da un’edizione di cinque video, un audio e un comunicato stampa, fece scandalo, anche se «non si tratta semplicemente di un atto di prostituzione e mercificazione del corpo, ma, nel caso, di un’azione più simile alla pornografia perché l’obiettivo era vendere i video e guadagnarci, nella consapevolezza che l’arte è mercato» spiega Andrea Viliani. Fraser ama mettere nel gioco delle parti non solo sé stessa, ma anche il pubblico – a lasciarci più in imbarazzo non è infatti la vista del video, dall’estetica piuttosto scialba, ma la traccia audio dell’incontro, che ci costringe dentro il punto di vista, o meglio di ascolto, del collezionista, la cui voce è stata invece eliminata.

In opere successive, le ricerche di Fraser analizzano le interconnessioni tra politica e musei negli Stati Uniti – come nella corposa opera-pubblicazione 2016 in Museums, Money, and Politics – e tra mercato dell’arte e concentrazione della ricchezza in Index (Stack). Il lavoro si è poi allargato allo studio del rapporto tra costruzione di musei, costruzioni di prigioni e tassi di incarceramento, dimostrando come tra il 1970 e il 2010 il numero di carceri e musei sia triplicato, con un tasso di incarcerazione esploso al 700%. Una relazione inquietante, per un’arte elitaria, che non emancipa e non “salva” mai. Un cortocircuito, quello tra il privilegio e la sua negazione, che trova una sintesi più immediata nell’installazione sonora CCI Tehachapi at Kings Road: i suoni registrati all’interno del carcere di massima sicurezza a Tehachapi, nel sud della California, risuonano negli spazi limpidi del cortile della Fondazione Antonio Dalle Nogare, facendo sentire noi pubblico “con le nostre orecchie” un po’ come i personaggi futili e privilegiati di un film di Ruben Östlund.

Andrea Fraser, I just don`t like eggs

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