Christiane Löhr a Studio Trisorio
Ha inaugurato, ha chiuso, ora è tornata: allo Studio Trisorio, dopo l’interruzione dovuta alle misure anti covid, la personale di Christiane Löhr presentata lo scorso 25 settembre, con una selezione di installazioni, piccole composizioni e disegni eseguiti negli ultimi anni, ma che percorrono la poetica dell’artista tedesca fin dagli esordi.
Allieva di Kounellis all’Accademia di Düsseldorf, invitata nel 2001 da Szeemann alla 49ma Biennale di Venezia e già di passaggio a Napoli nel 2010 per la collettiva “Trasparenze” al Madre, Löhr ha all’attivo numerose mostre in Europa e negli Stati Uniti, ma ha un rapporto privilegiato con l’Italia, sua seconda casa.
Dalle dimensioni minime delle sue micro architetture di steli e germogli, all’estensione ambientale dei cilindri di crine di cavallo, ai disegni a inchiostro e a olio, la ricerca di Löhr gira intorno allo spazio e all’energia che lo conforma. Cubi, cupole, volte sono l’esito di un lavoro delicato e minuzioso, forme geometriche semplici, che nella loro essenzialità sembrano rimandare a più sofisticate architetture gotiche o orientali. Ma l’interesse dell’artista, lo ha detto lei stessa, non è per l’architettura, è per “il pensiero che diventa forma”, attraverso motivi che, trapassando i materiali, le tecniche, le scale, attraversano i secoli, come la lezione riegliana ancora ci insegna. Forse per questo le piccole composizioni vegetali dell’artista tedesca sollecitano un sentimento di riverenza.
Fragili nella loro esilità, discrete nella loro minutezza, possono facilmente indurre a credere che siano più di ogni altra cosa effimere. Eppure conservano una resilienza antica, come se esistessero al di là del loro comparire qui e ora, oltre la caducità delle loro fibre. Su questo carattere di persistenza si gioca il dialogo tra i suoi lavori e il dipinto di Andrea Belvedere, Ipomee e boules de neige sull’acqua (1680-1690 ca.), tappa del ciclo “Incontri sensibili” che si svolge contemporaneamente a Capodimonte, dove prosegue la sinergia tra il museo e la galleria.
È la stessa innata energia che si riverbera nelle tele e nei disegni a inchiostro, in cui il procedere della traccia segue la medesima direzione della crescita naturale, dal basso verso l’alto, verso i lati. Soprattutto, e con maggiore felicità, nelle evanescenti strutture tubolari di crine che deformano lo spazio abitabile dell’ambiente quasi senza che ci si accorga della loro presenza. Fili sottilissimi che possono perdersi in un soffio o, se tesi, sbarrarci la strada: ancora una volta, una poetica che rimanda alla resistenza delle piccole cose.
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