Ryoji Ikeda, spectra III, 2008-2019
La conversazione con Dominique Moulon vuole essere il primo di una serie di approfondimenti sui temi legati alla sfera dell’Arte Digitale. Il desiderio è quello di raccogliere le voci dei vari attori di questa realtà (artisti, critici e curatori, galleristi e istituzioni) per definirne il perimetro e i contenuti attuali.
Qual è stato il percorso dell’arte digitale dagli anni ’60 a oggi? Quale potrebbe essere il suo futuro?
Dagli anni ’60, con una frequenza decennale, le tecnologie hanno subito delle svolte importanti: dall’elettronica ai personal computer, dai disegni col plotter ai video proiettori, dai sensori alle open source, da internet ai social media. È importante notare, però, che se negli anni ’90 gli artisti digitali erano attratti dall’aspetto virtuale e si dirigevano verso una dematerializzazione delle loro opere, dagli anni ‘2000, invece, in controtendenza, hanno iniziato a orientarsi verso una nuova materializzazione dei loro progetti; le idee originate in internet si sposano ora a una ritrovata necessità di concretizzarsi in oggetti fisici, reali.
Come si colloca l’arte digitale nel più ampio panorama dell’arte contemporanea?
L’arte digitale è una realtà che sta uscendo sempre più dalla sua nicchia per dirigersi verso un riconoscimento ufficiale, come lo dimostra l’ampia selezione dei progetti mediali che Ralph Rugoff ha realizzato per l’ultima Biennale di Venezia. L’arte contemporanea è costretta a confrontarsi con il fatto che ‘il digitale’ è oramai diffuso ovunque e che sta già trasformando la realtà in cui viviamo.
Qual è stato l’impatto della pandemia legata al Covid-19 sulle pratiche digitali nel contesto artistico?
Stiamo vivendo una situazione di crisi a livello mondiale che sicuramente modificherà il nostro modo di vivere e di relazionarci. In questo contesto coloro che si occupano di arte digitale sono facilitati perché sono abituati già da tempo a creare e a condividere (comunicare e esibire) le proprie produzioni attraverso l’uso della rete e degli strumenti che essa mette a disposizione. Questa pandemia può e deve essere l’occasione per definire nuove pratiche curatoriali e artistiche, modelli espositivi alternativi da ricercare anche e soprattutto nel settore dell’arte digitale.
In che relazione sono l’arte digitale e le politiche di sorveglianza?
Quello della sorveglianza nello spazio urbano/pubblico non è un tema nuovo. A partire dagli anni ’90, con l’avvento delle telecamere, periodicamente vengono prodotti nuovi strumenti di controllo che inizialmente generano dubbi, perplessità e diffidenza, ma che col tempo vengono assorbiti nella normale quotidianità. Ora, per controllare la diffusine della pandemia, siamo incoraggiati, se non obbligati, a utilizzare un’applicazione che monitorerà ogni nostro spostamento e contatto sociale. Uno strumento che è sì utile da un punto di vista sanitario, ma che si può rivelare una minaccia per la libertà e la privacy individuali. A seconda dell’uso che viene fatto di questi dispositivi si possono avere quindi risultati positivi e/o impatti negativi. Una volta prodotti, come e da chi saranno usati i nostri dati? Che tracciabilità avrà la loro diffusione? Sono sicuro che ci saranno artisti digitali in grado di utilizzare questi nuovi strumenti e servizi per creare opere originali. Dal momento che l’arte incoraggia a ripensare al modo in cui guardiamo il mondo, gli altri e noi stessi, ci sarà qualche opera d’arte che ci forzerà a riconsiderare la crisi che stiamo vivendo.
Un’ultima considerazione: in che rapporto sono arte digitale ed ecologia?
Dipende dall’uso che facciamo delle tecnologie, se le impieghiamo in maniera intelligente possiamo garantire un risparmio energetico e la preservazione del nostro Pianeta. Sappiamo tutti che la produzione e l’impiego di questi dispositivi ha un impatto sulla natura in termini di consumo delle risorse e di inquinamento dell’ambiente, ma adottando strategie virtuose potremmo invertire questa tendenza. Ovvero, nel contesto dell’arte, grazie all’uso delle tecnologie digitali emergenti, curatori, artisti, ma anche galleristi, collezionisti potrebbero ridurre l’impatto ambientale causato dalle spedizioni delle opere, dalla realizzazione degli allestimenti e dagli spostamenti per frequentare fiere e mostre, e puntare a un risparmio energetico. Occorre, quindi, pensare al digitale non solo in termini di comunicazione, ma anche come uno strumento per creare, acquisire ed esibire le opere d’arte.
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