Guido Harari, Tom Waits, 1992
C’è un rumore bianco che attraversa la storia della cultura pop e d’autore degli ultimi cinquant’anni: un ronzio elettrico fatto di amplificatori accesi, silenzi sospesi negli studi di registrazione e sguardi “rubati” nell’intimità dei camerini. Guido Harari quel rumore lo ha decodificato, trasformandolo in una sinfonia visiva che non si limita a documentare, ma mette in risonanza l’anima del soggetto con quella dell’osservatore. Dal 27 marzo, la Basilica Palladiana di Vicenza smette i panni di algido contenitore monumentale per farsi gigantesca cassa armonica: la mostra Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti approda nel Salone dei Cinquecento con l’energia di un’antologica vissuta, letteralmente, a tutto volume.
Il legame con la musica non è, per Harari, un semplice dato biografico o tematico, ma una vera e propria grammatica dello sguardo. Se negli anni Settanta i suoi esordi battevano il tempo del rock più viscerale, oggi la sua fotografia si è fatta stratificata, quasi jazzistica nella capacità di improvvisare sulla relazione con l’altro.
«La musica c’è sempre», spiega l’autore, «perché il linguaggio del corpo, la gestualità, il ritmo delle parole sono musica. Ogni ritratto nasce come un ascolto reciproco: tutti vengono percepiti e raccontati come se fossero rockstar, chiamati a entrare in una relazione viva, fisica, intensa».
L’intervento allestitivo, curato dagli architetti Giorgio e Giulio Simioni, riunisce oltre 300 scatti, installazioni, memorabilia e filmati originali di Harari, articolati in un percorso che culmina in un suggestivo “Pantheon”: 24 immagini di grande formato sospese nell’aria, icone laiche che fluttuano tra le campate palladiane.
In questo spartito visivo, le gerarchie si annullano: l’immagine guida di David Bowie – un omaggio necessario a dieci anni dalla scomparsa del Duca Bianco – dialoga con l’intensità di Fabrizio De André, la profondità di Margherita Hack, la determinazione di Greta Thunberg o il genio di Ennio Morricone. Si tratta, nonostante la fama dei personaggi rappresentati, ritratti intesi come luoghi di prossimità, dove la celebrità cede il passo all’unicità dell’essere umano.
A intensificare l’esperienza è poi l’audioguida narrata dallo stesso Harari: un diario di bordo che trasforma la visita in un racconto intimo, un flusso di coscienza che svela il retroscena dell’incontro.
Molto interessante è, poi, che l’esposizione si apra anche al territorio che la ospita. La collaborazione con il trentennale di New Conversations – Vicenza Jazz (maggio 2026) porta in dote una serie di scatti inediti dedicati ai giganti del genere, trasformando la mostra in un ponte culturale tra l’immagine e la nota blu.
Ma il vero cuore pulsante dell’operazione è la cosiddetta Caverna Magica, dove Harari ripropone il set fotografico come dispositivo relazionale e spazio di verità. Prenotandosi, chiunque potrà varcare la soglia del set e farsi ritrarre dall’artista. Un gesto che Harari definisce di sabotaggio delle sovrastrutture: le persone comuni entrano senza copione, recuperando una presenza reale. Questi volti non resteranno confinati in un archivio, ma andranno a comporre Occhi di Vicenza, una mostra nella mostra che crescerà organicamente sulle pareti esterne, trasformando la Basilica in una vera agorà dove il confine tra spettatore e opera d’arte si fa poroso e indistinto.
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