Le poesie industriali di Marcel Broodthaers, al MASI

di - 16 Maggio 2022

Se avessi trascritto una mia conversazione con un gatto a cui chiedevo un’opinione sulla mostra di un poeta, scrittore e artista concettuale di nome Marcel Broodthaers, sono sicuro che l’artista in questione — dall’ironia pungente a mascherare un’aria malinconica — avrebbe apprezzato. Perché lui l’intervista al gatto l’ha fatta sul serio, e l’audio di quella conversazione surreale è ora al MASI Lugano, insieme ad altri lavori come il breve film in 16mm digitalizzato La pluie (projet pour un texte) del 1969 in cui l’artista, letteralmente innaffiato dalla moglie, tenta di fissare un pensiero sulla carta con una penna stilografica. L’acqua dissolve ogni tentativo, il segno si scioglie per farsi macchia evanescente.

Marcel Broodthaers, fuori dalla Section Publicité del Musée d’Art Moderne, Département des Aigles, Neue Galerie, documenta 5, Kassel, 1972 © Maria Gilissen © Succession Marcel Broodthaers – Sabam 2021

La ricerca di Marcel Broodthaers potrebbe sembrare cervellotica, ostica, disorientante, respingente ma, una volta contestualizzata, è più lucidamente lineare di quanto si possa pensare. Poeta e scrittore, disegnatore mediocre, senza alcuna formazione artistica accademica, allergico a banali definizioni di bello, amante dell’opera di Baudelaire, Mallarmé e Magritte (un modello di riferimento), Broodthaers entra nel mondo delle arti plastiche tardi, a quarant’anni, quando comprende che la poesia non vende, mentre l’opera d’arte in quanto oggetto sì. E attraverso l’arte può arrivare al pubblico. Esemplare quando nel 1964 fissa nel gesso cinquanta copie rimaste invendute del suo ultimo libro di poesie Pense-Bête trasformandole in un’installazione.

Marcel Broodthaers, Musée d’Art Moderne, Département des Aigles, Service Publicité, 1971, plastica termoformata e verniciata © Succession Marcel Broodthaers, 2022, ProLitteris, Zurich

Il fulcro della mostra “Marcel Broodthaers. Poesie industriali” non risiede però nelle opere smaccatamente concettuali dell’artista bensì celebra il suo lato più pop, per quanto la parola pop, associata a Marcel Broodthaers, potrebbe sembrare stridente. La mostra raccoglie una grande parte delle placche che l’artista ha realizzato tra il 1968 e il 1972: una serie di insegne in plastica termoformata e verniciata realizzate con la stessa tecnica dei cartelli stradali, su cui parole, lettere, segni e forme si combinano. Molte di queste placche sono strettamente legate al progetto più ambizioso del Musée d’Art Moderne, Département des Aigles. Un museo fittizio che l’artista — ispirandosi al contesto del maggio ’68, durante il quale a Bruxelles fu occupato il Musée des Beaux-Arts — ha fondato nella sua abitazione in Rue de la Pépinière 30, e ha inaugurato il 27 settembre del 1968, autoproclamandosene direttore e curatore e mettendo in discussione il concetto stesso di “istituzione” museale. Perché Broodthaers non ha solo indagato il rapporto tra arte, linguaggio e comunicazione ma ha anche esplorato criticamente i meccanismi che ruotano intorno ai musei e al sistema dell’arte, compresi quelli economici.

Marcel Broodthaers, Museum – Musée, Section Cinéma, 1971, plastica termoformata e verniciata © Succession Marcel Broodthaers, 2022, ProLitteris, Zurich

Solo un anno dopo la fondazione del suo museo, nella primavera del 1969, Harald Szeemann avrebbe messo in scena alla Kunsthalle di Berna “When Attitudes Become Form”, mostra iconica che, per il suo carattere irriverente, liberatorio e perturbante, rimarrà nella storia. Broodthaers non figura nella lista degli artisti invitati dal curatore svizzero ma la sua ricerca non sembra passare inosservata. Infatti, il visionario, scrupoloso ed enciclopedico Harald Szeemann lo invita nel 1972 alla documenta 5. Come avrebbe potuto sfuggirgli un artista, non-pittore, non-scultore che si era inventato un museo nella propria casa con sezioni dislocate in diverse città tra Olanda, Belgio e Germania? Un museo senza opere ma costituito da casse per imballaggio vuote — che avevano contenuto dipinti e sculture — lettere, riproduzioni di opere d’arte su cartoline, fotografie, film, diapositive e iscrizioni dipinte sui muri e sulle finestre. Un museo che diventava opera, viceversa la non presenza di opere, tradizionalmente intese, negava l’idea stessa di museo. Marcel Duchamp aveva detto: “Ceci est un objet d’art” e Broodthaers diceva: “Ceci est un musée”.

Marcel Broodthaers, L’Alphabet, 1969, plastica termoformata e verniciata © Succession Marcel Broodthaers, 2022, ProLitteris, Zurich

La mostra è accompagnata da un libricino prezioso, a cura di Francesca Benini, che raccoglie una serie di lettere aperte e di interviste all’artista tradotte per la prima volta in Italiano. Prezioso perché è soprattutto attraverso le parole dell’artista, i suoi détournement, le contraddizioni, i suoi rebus, i paradossi, il suo “questionare” il sistema dell’arte, demistificandone i codici e le strutture, che si può comprendere appieno il suo pensiero e quanto abbia influenzato intere generazioni di artisti. Nato il 28 gennaio 1924, Broodthaers muore esattamente lo stesso giorno, il 28 gennaio, del 1976. Il suo poema preferito di Mallarmé era Un coup de dés jamais n’abolira le hasard (Un colpo di dadi mai abolirà il caso) del 1897. Eh… il caso!

“Marcel Broodthaers. Poesie industriali è organizzata” in collaborazione con WIELS, Bruxelles, a cura di Dirk Snauwaert e Charlotte Friling. La presentazione al MASI Lugano è curata da Francesca Benini in collaborazione con la vedova Maria Gilissen Broodthaers, la figlia Marie-Puck Broodthaers e Succession Marcel Broodthaers. MASI | LAC, Lugano, fino al 13 novembre 2022.

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