Lucy Orta, Trame di Comunità, 2026, CasermArcheologica, Ph. Credit Ilvio Gallo
Più che una mostra tradizionale, è il risultato di un processo condiviso, l’installazione originale e site specific Trame di comunità, ideata da Lucy Orta per CasermArcheologica di Sansepolcro. Sostenuto da Fondazione CR Firenze, il progetto è una collaborazione di CasermArcheologica e Studio Lucy & Jorge Orta con la consulenza curatoriale di Simonetta Carbonaro.
L’esposizione nasce dalla residenza dell’artista nel luglio 2025 in Valtiberina, esperienza che le ha permesso di interagire con la storia culturale e artistica del territorio e instaurare relazioni con la Comunità del luogo. Da tale vissuto si è sviluppata l’opera installativa visitabile, fino al 15 luglio 2026, nello storico Palazzo Muglioni di Sansepolcro, sede di CasermArcheologica. Trame di Comunità si sostanzia non attraverso opere finite ma come un insieme di tracce: incontri, azioni collettive, fili condivisi in trasformazione che diventano materia viva dell’esposizione.
La superficie spaziale è definita da teli sospesi, abitativi simbolici temporanei che delimitano un accampamento riunito da presenze locali che si fanno rappresentanti di un insieme comunitario. Si tratta di una comunità solitamente silenziosa che, rispondendo alla domanda “provocatoria” dell’artista – «Cosa ti attira e cosa ti allontana dalla Valtiberina?» – dà voce al proprio legame con il territorio. Gli esiti dell’interrogativo lasciano emergere sentimenti piuttosto articolati: l’amore e il senso di appartenenza verso il luogo che accoglie ma anche la consapevolezza del lento logoramento del tessuto sociale nonché il coraggio necessario per resistervi.
Al centro dell’installazione il raccogliersi intorno a un luogo – qui incarnato da un campo intessuto, realizzato con lino e canapa coltivati nel suolo toscano, diventa esso stesso spazio sia simbolico che concreto di incontro. Non solo rifugio ma anche territorio di relazione e di resistenza.
Il riferimento risale all’Ohel, parola ebraica che significa “tenda”, e che rappresenta l’archetipo di uno spazio sacro e protettivo, in cui si incontrano dimensione umana e spirituale. È un’immagine che richiama anche iconografie profondamente radicate nella tradizione italiana e toscana in particolare, come la tenda della Madonna del Parto o il mantello della Madonna della Misericordia di Piero della Francesca.
L’architettura dell’installazione resta volutamente fragile e fluida, sospesa tra viaggio e dimora provvisoria. Come ogni accampamento, suggerisce l’idea di una transizione: uno spazio temporaneo che offre riparo mentre il cambiamento lo attraversa costante.
In questo modo, le tele trasformate da Lucy Orta assumono un valore simbolico sovra esteso: segno della resilienza e della capacità umana di continuare a tessere, nelle trame di ogni comunità, il filo d’oro di futuri possibili e desiderabili.
Il testo della curatrice prima e poi quello di Giuliano Corti chiariscono ancora meglio le intenzioni dell’esposizione. «In questo spazio espositivo non si entra per “capire”, ma per stare: sostare dentro un racconto che respira, ascoltare ciò che rimane di quelle storie, a volte quasi confessioni. Percepire come ogni forma sia esito di un intreccio di sopravvivenze. Opere che non chiedono una visione distaccata, ma un’adesione corporea, una prossimità, un approccio empatico».
«Spesso accade – sostiene Corti – che scavando dentro le parole e dissodando il linguaggio in vista di una raccolta di significati fruttuosi, si scoprano provviste di senso inaspettate», mettendo in evidenza quanto l’arte sia sempre “partecipazione”, un concetto che ha una lunga storia e un etimo chiaro e che come ricorda Corti «Affonda le proprie radici nella teoria platonica delle Idee e veniva usata per indicare il momento magico in cui la realtà sensibile delle cose concrete “partecipa” alla realtà universale dei principi universali».
Per approfondire il progetto, abbiamo rivolto alcune domande alla stessa Lucy Orta.
Come è nata la collaborazione e quindi il progetto installativo, con CasermArcheologica?
«Sono stata immediatamente ispirata dall’invito di CasermArcheologica a realizzare un’opera radicata nelle voci della valle. Durante il primo incontro con le fondatrici, Ilaria Margutti e Laura Carusi, e con la curatrice Simonetta Carbonaro, ho percepito un forte allineamento con la mia ricerca e pratica: la narrazione collettiva, l’identità e i tessuti come medium espressivo.
La residenza nella Valtiberina, nell’agosto 2025, è stata fondamentale per dare forma al progetto Trame di Comunità. Sul piano umano, è stato prezioso incontrare e dialogare con persone diverse della comunità; più in generale, il lavoro sul campo tra chiese, musei e siti storici della zona ha permesso di comprendere meglio la storia del luogo e dei suoi abitanti. Da questi incontri è nato il vocabolario simbolico del progetto: il lino, i fili d’oro, gli amuleti in terracotta e l’Ohel—la tenda.
La sfida del progetto era creare un’opera che risuonasse a livello personale con la comunità, ma che avesse anche un significato universale e trasmissibile. Ispirata dall’esperienza del progetto Traces: Stories of Migration (2022–2024), ho proposto di raccogliere testimonianze personali attorno a una domanda: “Quali fili ti attraggono o ti allontanano dalla valle?”».
Ogni partecipante è stato invitato a immaginare questa identità di appartenenza come se fosse un minerale, un vegetale o un animale. CasermArcheologica ha allestito uno studio di registrazione e, durante un fine settimana, 33 persone—artigiani, artisti, insegnanti, imprenditori, attivisti e cittadini di tutte le età—sono venute a raccontare le loro storie, traducendo il loro legame con il territorio in simboli concreti.
L’intimità di questo ascolto si riflette nei ritratti di ciascuno e negli amuleti in terracotta che ho ricamato e modellato al ritorno in studio. I ritratti sono stati cuciti su lunghi pannelli di lino e canapa, assemblati a formare le pareti di stoffa dei cinque Ohel. Gli amuleti, sospesi dai tessuti, ancorano simbolicamente l’opera al territorio.
Nell’installazione finale, le tende-scultura uniscono la comunità, sia metaforicamente sia fisicamente. Una comunità che guarda verso l’esterno e invita i visitatori a partecipare, ponendo loro la stessa domanda: “Quali fili ti attraggono o ti allontanano dalla valle?”».
Nella tua ricerca, perché è così importante restare in contatto con il territorio? Quanto può l’arte influenzare un luogo?
«I progetti artistici basati sulla comunità generano effetti indiretti, trasformazioni soggettive, processi lenti e non lineari, difficili da misurare, che continuano a risuonare anche dopo la fine della mostra. La sfida è catturare queste risonanze. Con la collaborazione di Simonetta Carbonaro e della sociologa Paola Conti, stiamo sviluppando due metodi per osservare e comprendere questi effetti.
Un framework di ecologia narrativa sarà impiegato per raccogliere la comprensione qualitativa di come Trame di Comunità stimoli immaginazione, riflessione e consapevolezza tra i visitatori della mostra, i partecipanti ai workshop e le persone coinvolte nelle attività culturali di CasermArcheologica.
Simonetta Carbonaro e Paola Conti stanno inoltre sviluppando un progetto di costruzione comunitaria con il patrocinio del Comune di Anghiari e in collaborazione con la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. I risultati saranno resi pubblici dopo la mostra.
Ciò che conta davvero è che Trame di Comunità mette in moto un processo: il lavoro che creo in relazione a una comunità diventa un catalizzatore su cui altri possono costruire».
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