Mappare il mondo, a Treviso

di - 9 Aprile 2022

Due fondazioni e un intreccio di intenti per promuovere cultura e divulgazione. Parliamo della Fondazione Benetton Studi e Ricerche, dedicata ai temi del patrimonio culturale e naturale (di cui è esito il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino), e della Fondazione Imago Mundi, attiva dal 2019, con la Imago Mundi Collection, nata da un’idea di Luciano Benetton nel 2006, ricca di 26 mila opere da oltre 150 nazioni. Due realtà ora ancora più vicine in virtù dell’idea comune di creare un osservatorio su forme d’arte e temi di ricerca provenienti da altre discipline e culture. Nasce così il progetto Treviso Contemporanea, messo in atto con tre mostre, articolate tra le sedi delle due fondazioni a Treviso: Ca’ Scarpa (ex chiesa di Santa Maria Nova), Galleria delle Prigioni e la Chiesa di San Teonisto.

Galleria delle Prigioni, Atlante Temporaneo, Ibrahim Mahama, ph. Marco Pavan

Un’esposizione plurale, articolata tra presente e passato sul tema delle mappe, intese in senso geografico, dell’anima e dell’altrove. Esplorazioni reali e virtuali di territori, tempi, spazi e saperi molto diversi. Si comincia a Ca’ Scarpa con “Mind the Map! Disegnare il mondo dall’XI al XXI secolo”, a cura di Massimo Rossi, suddivisa nelle sezioni Non plus ultra, Plus ultra e Theatrum Orbis, che corrispondono a tre distinte epoche storiche. Dai primi tentativi di disegnare lo spazio terrestre (con le riproduzioni di mappe rare) della sezione Non plus ultra, quel “non andare oltre”, che allude al limite incarnato dalle Colonne d’Ercole, un confine mentale e fisico da non superare, fino al mondo disvelato e alle riproduzioni più recenti e sofisticate.

Galleria delle Prigioni, Atlante Temporaneo, James Lewis, ph. Marco Pavan

Una cinquantina di opere, tra riproduzioni in alta definizione (provenienti da biblioteche, nordamericane, europee e giapponesi),
e lavori in originale del XX e XXI secolo (dipinti, arazzi e tappeti a tema geografico), per una coscienza critica delle immagini del mondo. Nel processo millenario di disegnare la superficie terrestre, le mappe seguono infatti orientamenti che dipendono dai diversi punti di vista, da chi disegna, dalla cultura di riferimento. I punti cardinali diventano soggettivi, i concetti di centro e periferia relativi. Tra le mappe, anche la riproduzione del monumentale Atlante Catalano, 1375 circa, o il Mappamondo catalano estense, conservato alla biblioteca estense di Modena, forse visto da Ludovico Ariosto, che sembra averlo usato come spunto per alcune descrizioni dell’Orlando Furioso.

Galleria delle Prigioni, Atlante Temporaneo, l’installazione di Rochelle Goldberg, ph. Marco Pavan

Ben altre mappe sono invece quelle di “Terra Incognita: l’inclusività è la strada giusta”, l’esposizione dedicata ai dipinti degli aborigeni australiani nella Chiesa di San Teonisto, dove l’artista australiano di origini aborigene D Harding ha disposto a terra oltre 200 tele, della Collezione Benetton, appartenenti a vari filoni della pittura aborigena australiana contemporanea. Un’installazione-paesaggio multicolore, in cui ogni singolo lavoro esprime il percorso dell’artista, che lo ha dipinto con evocazioni del territorio, del “bush” e di luoghi e spazi sacri. “Un’occasione per esplorare territori sociali e ambiti politici, collegati alle comunità aborigene”, scrive lo stesso D Harding, e renderli meno “incogniti”.

Chiesa di San Teonisto, Terra Incognita, installazione di opere di artisti aborigeni australiani, a cura di D Harding, Ph. Marco Pavan

L’itinerario espositivo prosegue nelle Gallerie delle Prigioni (le ex carceri asburgiche, aperte nel 2018, dopo il restauro dell’architetto Tobia Scarpa) con “Atlante Temporaneo. Cartografie del sé nell’arte di oggi”, curata da Alfredo Cramerotti. Qui, i lavori di quattordici artisti, emergenti e affermati, di diverse nazionalità e generazioni, si concentrano su tematiche attuali e sulla ricerca interiore, per una mappatura alternativa, intima, tra realtà e rappresentazione. Per esempio, Enam Gbewonyo (1980, Londra), che indaga l’identità femminile nera, attraverso l’uso di performance e tessuti, o Kiki Smith (1954, Norimberga), che descrive una “cosmografia contemporanea. Oppure l’installazione site-specific di James Lewis: un’ambientazione domestica, in cui la presenza umana è evocata da bicchieri pieni di whiskey. Nell’insieme, un affresco di esperienze personali per una geografia dell’anima.

Treviso Contemporanea, Mappare il mondo, Treviso, sedi varie, fino al 29 maggio 2022

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