Mario Schifano e la volontà di andare oltre

di - 2 Febbraio 2020
Mario Schifano, sotto il titolo di “Qualcos’altro”, è in scena alla galleria Giò Marconi a Milano.
Una raccolta, curata da Alberto Salvadori ed con il contributo dell’Archivio Mario Schifano, che racchiude monocromi realizzati durante gli anni ’60, in cui c’è un azzeramento totale della superficie che porta alla creazione di nuovi contenuti ed immagini.
Una scelta voluta dall’artista per proporre un nuovo modo di comunicare l’arte, diverso dall’informale che imperversava in quegli anni, e nonostante non fosse una cosa nuova, c’era la volontà di annullare quello che c’era stato fino a quel momento ed avvicinarsi a una pittura mai vista, non conosciuta.

Mario Schifano, Qualcos’altro, Installation view Gió Marconi, Milan, photo: Filippo Armellin. Courtesy: Gió Marconi, Milan

Dipingere il nuovo, in immagini “vuote”

Lo stesso artista dichiarò: «Pensavo che dipingere significasse partire da qualcosa di assolutamente primario…; I primi quadri soltanto gialli con dentro niente, immagini vuote, non volevano dir nulla. Andavano di là, o di qua, di qualsiasi intenzione culturale. Volevano essere loro stessi…Fare un quadro giallo era fare un quadro giallo e basta».
Mario Schifano, nato ad Homs in Libia nel 1934, e trasferito a Roma subito dopo la guerra, abbandonati gli studi decise di lavorare come assistente del padre che era restauratore e archeologo presso il museo Etrusco di Villa Giulia.
Dopo la collettiva “5 pittori – Roma ‘60” in cui partecipano Giuseppe Uncini, Tano Festa, Francesco Lo Savio e Franco Angeli, la critica inizia a dargli importanza e a seguire le sue opere, e nel 1961 vinse il Premo Lissone per la giovane pittura contemporanea e realizza, alla galleria La Salita di Roma, una personale.
Schifano faceva parte di un gruppo di giovani romani che, riunendosi in piazza del Popolo, si confrontava con i suoi colleghi sul presente ma auspicando e sognando un futuro che doveva essere costruito da zero.
Era un modo da cui iniziare per realizzare una nuova pittura, che partisse da un annullamento totale e sfociasse in qualcosa di differente.
La tecnica prevedeva l’utilizzo di smalti lucidi industriali, su carta da imballaggio intelata, che andavano a coprire completamente, un colore privo di sfumature, con una solo tinta o al massimo due, come se fosse la superficie della carta fotografica, un nuovo territorio su cui indagare.
Il colore è esteso in maniera libera e non uniforme, con la volontà che il risultato potesse essere come un cartellone pubblicitario.
Installation view, Gió Marconi, Milan, photo: Filippo Armellin. Courtesy: Gió Marconi, Milan

Le opere in “Qualcos’altro”

Un esempio sono le opere Vero amore incompleto in cui la superficie è completamente coperta dal blu e dal sabbia e Congeniale, con due colori accostati, in cui c’è una divisione netta tra il nero e l’ocra.
Come auspica il titolo della mostra, l’artista era alla ricerca di Qualcos’altro, indagava nuovi metodi espressivi che andranno poi a comporre questa tavole rase per la nascita di una nuova espressività artistica, un schermo per ricevere nuovi contenuti.
Il titolo della mostra riprende anche un’opera realizzata all’età di ventisei anni e un polittico, tra le opere esposte, realizzato nel 1962.
Un artista attuale, capace di trovare una nuova forma alle immagini, quasi un precursore dell’invasione globale mediatica che stiamo vivendo oggi, evidente nell’opera Tempo moderno che rappresenta un punto di inizio.
Campiture di colore che coinvolgono ad ampio spettro lo spettatore e che durante gli anni successivi si riempiranno di immagini, frammenti e paesaggi metropolitani.
Un momento importante nel calendario delle mostre del 2020 che permette un approfondimento accurato di un periodo cruciale dell’esperienza artistica di Schifano.
A completare la mostra, per l’occasione, è pubblicato un giornale in formato tabloid, con all’interno contenuti mai visti prima dell’artista ed un nucleo di lavori realizzati su carta.

Nata a Bergamo nel 1984, nel 2009 consegue la laurea triennale in Scienze dei Beni Culturali - Storia dell’Arte e nel 2011 la laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 2007 inizia ad interfacciarsi con il mondo del lavoro, collaborando con il FAI (Fondo Ambiente Italiano) ed assecondando la passione per la fotografia e l’editoria collabora con la casa editrice RCS a Milano e nel 2012 presso la divisione Internazionale, Mondadori photo& rights della casa editrice Mondadori. In concomitanza sviluppa la sua passione per l’arte contemporanea, in particolare come curatrice realizzando mostre personali di artisti viventi e nel 2015 inizia a scrivere recensioni e testi critici per riviste d’arte contemporanea on-line, prima con Juliet Art Magazine e poi con Exibart. A gennaio del 2016 inaugura il suo sito personale d’arte e curatela dove vengono presentati i suoi lavori.

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  • il genio dei geni ,nel 54 è il primo che usa terre e cementi,altro che i cementi di arman del 60,uncini e schifano li facevano già nel 56-57

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