Matera Capitale della Cultura: cinque artisti sul Palko, tra storia e arte

di - 12 Ottobre 2019

Nel panorama artistico contemporaneo, sempre più numerosi sono gli artisti che vestono i panni del curatore, creando interessanti occasioni di dialogo. Agendo da primus inter pares, l’artista-curatore tiene saldo il suo ruolo fungendo anche da aggregatore di personalità e proposte. Un ruolo aggiuntivo e non sostitutivo, che consente a singoli artisti di ideare progetti e gestirli autonomamente. È accaduto nuovamente a Pisticci, piccolo borgo della Basilicata dove, in occasione di Matera Capitale della Cultura 2019, il pittore Vincenzo Schillaci, in collaborazione con la Galleria Rolando Anselmi, con sedi a Roma e Berlino, suggestionato dalla piccola cappella annessa al Castello di san Basilio ha deciso di farne lo scenario di Palko, un nuovo progetto artistico, chiamando a collaborare altri quattro artisti: Gianni Caravaggio, Jodie Carey, Jorge Peris, Johannes Wald.

Il progetto raccoglie le opere dei cinque artisti, differenti per origine e formazione, creando un’installazione corale in cui opere e luogo interagiscono intervenendo le une sulla percezione dell’altro. «La mostra – ha dichiarato Schillaci – vuole esplorare gli effetti dell’ambiente fisico sulle opere d’arte, focalizzandosi maggiormente sull’esperienza temporale in cui le pause tra le opere e i loro contenuti vengono organizzati in modo da configurare un’immagine irrisolta, creando un punto di vista variegato tramite i diversi approcci espressi dai lavori». Lo abbiamo incontrato per farci spiegare meglio il progetto.

Come è nata l’idea di “Palko”?

«L’idea di avere a disposizione lo spazio di una chiesa per fare una mostra mi ha stimolato fin da subito. Mi capita di sfruttare certe occasioni, cercando di mettere in relazione opere di artisti che conosco e nei quali ritrovo, almeno nei modi con cui costruiscono l’opera, qualcosa di familiare. D’altronde gli “oggetti d’arte” non sono solo segnali di riconoscimento di un’idea. Penso sia normale per ogni artista porsi delle domande rispetto al luogo e/o allo spazio in cui le opere vengono mostrate. Il processo espositivo negli anni, a mio avviso, ha fatto sì che le opere perdessero il loro valore cultuale e che lo spazio bianco, con luci fredde, che conosciamo bene e che ha una sua precisa ragion d’essere, a volte rubasse loro la scena diventando una camera di trasformazione nella quale qualsiasi discorso si svolge. “Palko” vuole essere un percorso visivo in cui le opere di artisti diversi sono messe in relazione in un spazio ben definito».

Come sono stati scelti gli artisti?

«Come ho detto mi piace generare occasioni per costruire dei progetti in cui il mio lavoro è messo in relazione con quello di altri artisti con cui ho voglia di creare un dialogo. La produzione artistica ti permette di mettere l’accento su un certo modo di stare al mondo ma gli artisti si parlano troppo poco. Mi sono confrontato fin da subito con Rolando Anselmi, con il quale ho costruito l’intero progetto, dalla selezione degli artisti alle opere in mostra. Esplorare gli atteggiamenti, i metodi e le motivazioni nei confronti di approcci formali e non, della produzione artistica del mio tempo è quasi un’esigenza, che Rolando ha condiviso e supportato».

«Il tema centrale della mostra è l’indagine delle molteplici interazioni tra l’opera d’arte e il contesto espositivo prescelto. Quali risultati pensi siano stati raggiunti in tal senso dal progetto?

Non so se siano stati raggiunti dei risultati, non era tra gli obbiettivi. Per quanto mi riguarda la scelta di presentare questi lavori in un campo spaziale molto connotato è stato per spingere gli spettatori a fermare lo sguardo su opere che, decontestualizzate, potevano sviluppare nuove prospettive interpretative o amplificare la loro natura sia come oggetti che come opere d’arte. Le opere installate all’interno di una chiesa, in cui abitualmente ogni oggetto è posizionato secondo una funzione specifica e una valenza simbolica, possano sovvertire e trasformare attivamente le percezioni culturali, attivando il loro potenziale “performativo”. Nella relazione della vita con l’opera d’arte, nessuna considerazione può conferire un senso di valore all’oggetto; la relazione della vita con il colore, ad esempio, come dice Michel Henry è la soggettività di questa relazione, cioè la vita stessa».

“Palko” proseguirà? Esiste già una progettualità futura?

«La mostra nasce da un’occasione specifica e non ho mai pensato alla possibilità di estenderla. Ma non è detto che non si possa trasformare in un format».

Nato a Terlizzi nel 1980, è giornalista, critico d’arte e curatore indipendente. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'UniversitĂ  degli Studi di Lecce, si perfeziona sull'Arte del Novecento all'UniversitĂ  degli Studi di Bari. GiĂ  cultore della materia in Museologia presso l’UniversitĂ  degli Studi della Calabria e docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Vibo Valentia, ha condotto studi specialistici e curato mostre per Soprintendenze, istituzioni e musei.  

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