Povera Medusa: prima violentata da Poseidone in uno dei templi di Atena, poi trasformata in mostro anguicrinito dalla stessa Dea, indignata dall’atto sessuale. Quindi decapitata da Perseo che, non contento, era solito portare in giro la macabra testa, per sfruttarne il potere pietrificante. Il mito è stato tramandato in varie versioni, alcune decisamente discordanti, soprattutto sui motivi della metamorfosi di Medusa in Gorgone ma l’epilogo cruento è sempre lo stesso, ripreso dalla storia dell’arte nel motivo dell’eroe maschile con il trofeo femminile. Questa l’interpretazione, un po’ psicanalizzata, che l’artista italo-argentino Luciano Garbati ha tentato di capovolgere nella sua Medusa With the Head of Perseus, scultura il cui titolo già dice molto, che è stata esposta in questi giorni nel parco proprio a ridosso della New York County Criminal Court, tribunale diventato uno dei luoghi simbolici del movimento #metoo e nel quale sono stati processati diversi casi di abusi di alto profilo, come quello dell’ex produttore cinematografico Harvey Weinstein.
L’opera, in realtà risalente già al 2008 e vagamente ispirata alla famosissima scultura manierista di Benvenuto Cellini, in piazza della Signoria a Firenze, è stata presentata da Garbati in collaborazione con MWTH – Medusa With The Head, movimento fondato dalla fotografa Bek Andersen, con l’obiettivo di ripensare le narrazioni ormai consolidate e il loro ruolo nella trasmissione della cultura. In effetti, difficile trovare qualcosa di più radicato nella struttura del pensiero occidentale, della mitologia greca.
E così, come un cupo presagio nei confronti degli uomini in attesa di processo nelle aule della Criminal Court, questa volta è Medusa a mostrare la testa di Perseo, che ha le fattezze dello stesso artista. Una reminiscenza caravaggesca anche se, in quell’illustre caso, si trattava di Giuditta e Oloferne, manifesto antelitteram del Girl Power. «Come può essere possibile il trionfo se stai sconfiggendo una vittima?», ha dichiarato Garbati.
La scultura, che è diventata rapidamente virale sui social media, non ha mancato di accendere le polemiche, da una parte e dall’altra. Anzi, più dall’altra. Alcuni hanno contestato il fatto che un artista maschio sia stato incaricato del progetto, criticando il lavoro come una cooptazione del movimento #MeToo. Altri hanno suggerito che, per portare la giustizia contemporanea nella mitologia classica, Medusa avrebbe dovuto spiccare la testa del suo stupratore, cioè Poseidone, non l’uomo che, in seguito, l’avrebbe uccisa.
In molti poi hanno notato l’apparente mancanza di peli pubici – una caratteristica associata a fantasie erotiche di predominio maschile –, in una modellazione che, per il resto, sembra essere improntata al realismo. In effetti, a onor di mito, anche il pube di Medusa dovrebbe essere anguicrinito. E anche il corpo stesso è stato accusato di eurocentrismo e di stereotipia: «Questa è una donna glabra, magra, con caratteristiche eurocentriche, realizzata da un uomo», ha scritto un utente su Twitter. «#Metoo è stato iniziato da una donna nera ma la scultura di un personaggio europeo, realizzata da un uomo, è un commento centrato?», ha commentato l’attivista femminista Wagatwe Wanjuki.
L’opera sarà esposta dal 13 ottobre 2020 al 30 aprile 2021, al Collect Pond Park, in Center Street, Lower Manhattan.
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Medusa era già una Gorgone. Le gorgoni sono tre: lei e le due sorelle. Almeno per Graves