Zeroscena, Silvia Francis Berry, AFFITTASI LUMINOSISSIMO BILOCALE, spazioSERRA, Milano, 2024
In occasione della stagione espositiva suMISURA di spazioSERRA, il collettivo Zeroscena con l’artista Silvia Francis Berry decidono di indagare ed enfatizzare l’emergenza abitativa che, da diversi anni, sta colpendo numerose città, soprattutto universitarie. Chi non si è mai trovato, in preda all’urgenza di trovare un alloggio, annunci di case dall’abitabilità dubbia, luoghi bui e umidi con la muffa sulle pareti spacciate per una carta da parati stile flora batterica, o abitazioni piene di oggetti d’arredo che odorano di antico proprietario appena passato a miglior vita? Ecco, il progetto espositivo punta a evidenziare e denunciare la nevrosi del settore immobiliare, attraverso la realizzazione di un appartamento fittizio, in cui i mobili sono fatti di cartone, le pareti segnate solo da un nastro adesivo colorato e il tutto arricchito da oggetti di recupero trovati in qualche cantina.
Se leggendo questa descrizione sembra assolutamente palese la finzione di questo bilocale, evidentemente, lo standard abitativo che propongono certi annunci ha reso l’opera estremamente veritiera. Per l’occasione dell’inaugurazione, il 15 febbraio, sui principali portali di cerco-casa è apparso l’annuncio della messa in affitto del “bilocale in via Maloja 1” (spazioSERRA), con tanto di foto e descrizione. Qui sta la magia, la realtà che si mischia alla finzione. Innumerevoli e-mail e commenti sono arrivati per chiedere se l’appartamento fosse ancora disponibile o, ancora meglio, per commentare il prezzo esorbitante del bilocale messo in affitto. Se tutto può sembrare un gioco, un’opera ironica dal carattere ludico, il fine è sicuramente di denuncia, anzi, una duplice riflessione critica.
La prima critica va sicuramente al costo della vita. Una vita economicamente svilente, in cui si è costretti a rispondere a degli annunci ingiustamente esagerati o ad accettare offerte al limite della decenza. Era maggio 2023, quando una studentessa piantava una tenda davanti al Politecnico di Milano, come segno di protesta verso delle istituzioni che, silenti, giocano con la vita delle persone, dove non si garantisce il diritto allo studio causa il carovita.
La mostra guarda quelle istituzioni, critica quelle realtà inermi verso tutte quelle famiglie monoreddito, studenti e giovani con un lavoro precario, che oggi sono costretti sempre più a vivere esperienze di instabilità abitativa. Alice Nagini e Laura Raccanelli scrivono: «Questo succede infatti quando un’ampia quota di stock immobiliare viene sottratta alla locazione da una serie di fattori, come ad esempio la presenza diffusa di case sfitte o vuote, sia private che pubbliche – a Milano sono oltre 3mila gli alloggi popolari non assegnati – unita all’aumentare degli affitti brevi rivolti all’industria turistica e alla crescita di una popolazione studentesca o transitoria che occupa il resto degli affitti disponibili».
Secondo tema di denuncia/riflessione consiste nel concetto stesso di cosa sia casa. Cos’è casa? Che cosa fa casa? La mostra si pone come una riflessione antropologica che indaga i luoghi abitativi e tutto ciò che contengono. Si parte proprio da quest’ultimi, ossia gli elementi d’arredo, per descrivere cosa sia una casa. Essi diventano protagonisti di questa riflessione. Sono gli oggetti contenuti in un luogo che raccontano quel luogo, racchiudono storie, custodiscono memorie e identità.
Nell’opera AFFITTASI LUMINOSISSIMO BILOCALE sono infatti gli oggetti d’arredo che permettono di definire quel luogo, sono tutti quegli oggetti di recupero che rendono lo spazio una casa. Arredi vecchi, oggetti che celano storie, segni del tempo, narrazioni in transito che vagano da un luogo all’altro, da una vita all’altra. Essi mutano e divengono altro.
AFFITTASI LUMINOSISSIMO BILOCALE non è solo uno spazio in affitto, non è solo un’opera site-specific e non è solo critica sociale, ma è un crogiolo di storie, un insieme di memorie che enfatizzano criticità contemporanee, che raccontano di uno spazio che diviene altro e, come ultima cosa, definiscono un’opera.
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