Chiara Camoni, Ipogea , installazione ambientale, materiali vari, 2021 Courtesy Palazzo Bentivoglio e l’artista. Foto: Camilla Maria Santini
Un’unica, grande opera permanente e ambientale, in cinque tappe: “Ipogea” è la personale di Chiara Camoni (Piacenza, 1974) a cura di Antonio Grulli, inaugurata durante questo ultimo week-end artistico felsineo e parte del Main Program di ART CITY Bologna 2021, visitabile nei sotterranei di Palazzo Bentivoglio, per il momento, solo l’8 e 9 maggio 2021.
Continua la collaborazione con artisti mid-career per la sede Seicentesca di via del Borgo di San Pietro. Per realizzarla, all’artista è stato commissionato un lavoro a partire da alcuni frammenti lapidei rinvenuti nel corso di alcuni scavi di manutenzione. Non un “semplice” lavoro site-specific: la storia del palazzo insieme ai materiali che lo costituiscono sono parte e ragione fondante di questa installazione.
Pezzi di colonne, pavimentazioni, frammenti di decori, probabilmente risalenti al XVI-XVII secolo: dal loro fascino e dal loro valore è sorta la necessita di farli tornare a parlare, donandogli una forma viva e delicata, mixandoli con i lavori legati da sempre alla poetica di Chiara Camoni, diventando parte di un’unica installazione suddivisa in cinque ambienti, ai quali si ha accesso a partire dai sotterranei di Palazzo Bentivoglio.
Elementi predominanti che ritornano nell’installazione, sono una serie di eteree sculture in terracotta che si ritrovano in tutti gli ambienti, alcune contengono fonti luminose in grado di accendere l’opera sia attraverso la luce sia attraverso le ombre proiettate. Altri elementi ricorrenti sono i teli di seta, sui quali, attraverso l’utilizzo di piante e fiori, nascono simmetriche figure femminili – a un primo sguardo è inevitabile il paragone con i test di Rorschach -, guardiane di un mondo sotterraneo, a schiudere portali sull’interiorità dell’artista.
Troviamo, infine, diverse sculture facenti funzione di arredo, una libreria, delle sedute, un tavolino, creati assemblando vecchi mobili e un confessionale. E poi brocche e tazze in ceramica realizzate dall’artista impastando assieme argilla, rami, foglie e la terra del giardino del Palazzo così da ottenere un colore unico, indissolubile dal luogo in cui sono stati collocati.
L’artista ha lavorato in maniera istintiva e rispettosa, facendo diventare i reperti parte integrante di questi cinque “momenti”, pensati come capitoli di un unico racconto nel quale le stratificazioni diventano scultura e, al contempo, elementi funzionali e architettonici.
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