Nicola Samorì a confronto con l’arte classica: la mostra alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano

di - 7 Gennaio 2026

Classical Collapse è molto più di una semplice indagine sui lavori dell’ormai rinomato Nicola Samorì, artista che “Scardina il luogo comune della bellezza”. Si tratta, piuttosto, proprio di un tentativo di mettere a confronto il classico con la sua versione più nuova, rinnovata secondo i precisi canoni estetici e tecnici divenuti cifra stilistica dell’artista romagnolo. Per comprendere il senso dell’arte di Samorì è innanzitutto fondamentale cercare di conoscerne a fondo il processo creativo, le radici di una pratica artistica che non rivela ma “svela” ciò che è celato sotto gli strati di pittura. È importante inoltre sottolineare come l’artista non operi in maniera violenta sulle proprie opere, ovvero non crea ferite sui classici da cui parte nel complesso procedimento che conduce verso la forma finale delle sue rappresentazioni. Il suo è un tentativo di operare sulle immagini per conferire loro un nuovo significato. La ferita, lo sfregio per dare nuova vitalità, una centralità latente all’iconografia del passato. Nessun intento iconoclasta, dunque, ma la volontà di riportare al centro il peso del classico, ormai decadente. Ma il concetto di crisi è vissuto da Samorì come una possibilità concreta di rinascita, non tanto di fine. Un “collasso” che potrà sortire l’effetto sperato: una nuova prospettiva sull’iconografia classica.

Gli scatti delle exhibition view sono stati fatti dal fotografo Roberto Marossi. Crediti fotografici: Roberto Marossi fotografo

Nella prima parte della mostra, allestita nel corridoio che accoglie i frammenti del Monumento funebre a Gaston de Foix di Agostino Busti, detto il Bambaia, sono poste tre sculture di Nicola Samorì che dialogano con quelle cinquecentesche dell’artista lombardo. Il confronto è sia sulla materia – gli altorilievi di Bambaia costituiscono una radice naturale dei marmi svuotati dall’artista nativo di Forlì – sia sul concetto alla base dei rilievi in marmo di Busti: Samorì rintraccia in essi un affollamento, presenze volenterose di trovare un proprio spazio vitale all’interno della cornice, forzandone il confine. Nelle sue opere, infatti, Samorì lavora sul superamento della dimensione, pelli di pietra che ricoprono un sostanziale vuoto, il marmo che si fa molle alla vista, la forma sempre meno aggraziata. Le tre composizioni volteggiano in quella che è una vera e propria “elegia del vuoto”, una danza in marmo bianco di Carrara in cui metodo e materiale collaborano all’identificazione della prima delle numerose antinomie presenti nel percorso dell’esposizione milanese.

Crediti fotografici: Roberto Marossi fotografo

L’opera più d’impatto dell’intera mostra è sicuramente La Scala, contrapposta – o giustapposta? – in questo caso al cartone preparatorio per La Scuola di Atene di Raffaello, il pezzo più pregiato e celebre dell’intera collezione della Pinacoteca Ambrosiana. Qui l’antinomia risiede nella sostanziale distanza tra i due mondi messi a confronto. Quello di Raffaello, illuminato dalla sapienza dei maggiori maestri della storia antica. E quello di Nicola Samorì, in cui i fantasmi di grandi rappresentanti della cultura del tempo percorrono i gradini di un mondo incompleto, le figure mutilate, squarci in ogni dove e un opprimente senso di malinconia. I corpi, nell’opera di Samorì, non solo semplice carne ma anche sculture rovinate o segnate da eventi del passato. Un passato traumatico, che Samorì disegna magistralmente agendo per sottrazione, attraverso una tecnica che consiste nel modellare architettura e corpi in fuori fuoco e, in seguito, scorticare gli stessi con getti d’acqua ad alta pressione e sabbiatrice. È quello che rimane, lo strato di quel sottosuolo della pittura, che svela ciò che sta sotto: pigmenti, luce, strati sottostanti di materia che consuma e si consuma. Una metafora della sparizione più che della rivelazione, in contrapposizione a quella Scuola di Atene in cui uomini colti cercavano di trovare risposte alle domande dei propri seguaci.

Gli scatti delle exhibition view sono stati fatti dal fotografo Roberto Marossi. Crediti fotografici: Roberto Marossi fotografo

Dalla Stanza della Segnatura si prosegue poi verso le sale della Biblioteca Ambrosiana, in cui vengono proposte sette nature morte tramite le quali Samorì affronta il tema della “Vanitas”. Il ciclo è posto in dialogo con i disegni di Leonardo raccolti nel Codice Atlantico, la più vasta raccolta al mondo di disegni e scritti autografi del genio toscano, e richiama lo stile fiammingo dei vasi di fiori dipinti da Jan Brueghel il Vecchio e Paul Bril conservati presso la Pinacoteca Ambrosiana. Allegoria dell’esistenza, eppure della caducità, in questo caso l’antinomia è intrinseca delle opere di Samorì, che compie un ulteriore passaggio intellettuale e conduce i modelli verso l’informale. I fiori da lui realizzati sembrano quasi emergere dalle cavità del legno sul quale sono apposti o dai supporti in marmo che non possono contrastare la loro fragilità. Si crea uno scontro tra supporto e immagine, stabilità e debolezza, rigore classico delle nature morte e “corruzione” della pittura di Samorì. Il classico collassa ma è dalla sua rovina che l’immagine attingerà per ricevere nuova linfa. I frammenti di quei fiori in rovina non sono altro che il simbolo della rinascita del classico, della pittura, dell’arte come primo vettore della bellezza nel mondo. Il percorso si conclude nella Cripta, con una serie di sculture verticali in legno che dialogano con le colonne romaniche dello spazio circostante. L’atto di riscrittura iconografico può dunque avvenire non solo con sculture e dipinti, ma anche con il contesto. Il conflitto è totale e la tensione generata da questi contrasti è il risultato di quel processo creativo che caratterizza l’intera pratica artistica di Nicola Samorì.

Gli scatti delle exhibition view sono stati fatti dal fotografo Roberto Marossi.
Crediti fotografici: Roberto Marossi fotografo

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