Nuova luce sull’Action Painting: scoperto il segreto del blu di Jackson Pollock

di - 17 Settembre 2025

Tra le opere che più incarnano l’energia visiva di Jackson Pollock, Number 1A (1948) occupa un posto speciale. Conservata al MoMA Museum of Modern Art di New York, è una delle tele che meglio restituiscono la radicalità del dripping, con i suoi intrecci di fili neri e blu, sospensioni bianche lattiginose e improvvise esplosioni di rosso e rosa. Oggi un nuovo studio scientifico getta una nuova luce – spettroscopica – su uno degli elementi che contribuiscono al magnetismo del dipinto: la natura del blu che lo attraversa.

Un team di ricercatori del MoMA e della Stanford University ha identificato il pigmento come “manganese blue”, un colorante sintetico brillante, largamente usato nel Novecento e poi dismesso negli anni ’90 per ragioni ambientali. La scoperta, pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences lo scorso 15 settembre, corregge ipotesi precedenti che avevano attribuito il colore a una generica tonalità turchese.

La scienza del pigmento

Per arrivare all’identificazione, gli studiosi hanno utilizzato la spettroscopia Raman, tecnica che impiega fasci laser per misurare le vibrazioni molecolari della vernice. L’analisi, integrata con calcoli di teoria del funzionale della densità (DFT) e spettroscopia di dicroismo magnetico circolare, ha permesso di isolare la struttura elettronica che rende unico il manganese blue: i cosiddetti “excited-state exchange interactions”, ossia interazioni elettroniche in stato eccitato, generano più bande di assorbimento che filtrano le componenti non blu dello spettro. È questo processo a restituire l’intensità pura e cristallina che caratterizza il pigmento.

Il manganese blue era stato sintetizzato per la prima volta nel 1907 ma soltanto negli anni ’30 fu introdotto sul mercato e adottato non solo dagli artisti ma anche in ambito edilizio, come additivo per il cemento. La sua particolare brillantezza lo rese popolare in molte pratiche artistiche del XX secolo, fino alla progressiva sostituzione per motivi di sostenibilità.

Jackson Pollock e la materia del colore

L’assegnazione del pigmento fornisce un tassello importante nella comprensione della pratica di Pollock, che proprio in quegli anni sperimentava la fusione tra pittura industriale e pittura da cavalletto. «A volte uso un pennello, ma spesso preferisco usare un bastoncino. A volte verso il colore direttamente dal barattolo. Mi piace usare una vernice fluida e gocciolante», raccontava lo stesso Pollock.

In particolare, Number 1A segna un momento di svolta: l’abbandono dei titoli descrittivi, la scelta di lavorare su tele non intelaiate, disposte a terra, la stratificazione di gesti che includono impronte di mani, pennellate dirette dal tubo e colature di smalti industriali. Sua moglie, l’artista Lee Krasner, spiegò in seguito: «I numeri sono neutrali. Fanno sì che le persone guardino un dipinto per quello che è: pura pittura». I collezionisti però non apprezzarono immediatamente il nuovo stile radicale di Pollock e, quando il dipinto, allora intitolato Number 1, 1948, fu esposto per la prima volta, nel 1949, rimase invenduto. Quello stesso anno, l’opera, che misura 172.7 x 264.2 cm, fu nuovamente esposta nella seconda mostra personale dell’artista – Pollock aggiunse una “A” al titolo per evitare confusione con opere più recenti – e poco dopo fu acquistata dal MoMA.

«Questo tipo di indagini offre strumenti preziosi per comprendere le scelte dell’artista, contestualizzarne l’opera e sviluppare strategie di conservazione efficaci, dato che molti pigmenti sono sensibili a luce, radiazioni UV e variazioni ambientali», ha sottolineato il conservatore del MoMA, Abed Haddad. Una dimostrazione di come, ancora oggi, i grandi capolavori del Novecento continuino a restituire nuove conoscenze, rivelando la complessità di una pittura che, come nel caso di Pollock, era fatta di istinto ma anche di conoscenza.

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