Nuove estetiche dell’arte che emerge

Sotto una costellazione proteiforme di creazioni, gli ampi spazi del Palais de Tokyo diffondono storie di ribellione umane e territoriali, attraverso pittura, scultura, fotografia, ricami, video e lungometraggi: è “Six continents ou plus”. La nuova proposta del tempio dell’arte emergente dispiega uno scenario geografico e culturale originale e totalizzante attraverso opere di una ventina di artisti provenienti dall’Africa, Sudamerica e Australia. Sono cinque le mostre di questo itinerario, che audace e impegnato sul fronte sociale, riflette su questioni eluse, ignorate o poco conosciute dal grande pubblico, per svelare le infinite relazioni tra l’arte emergente e l’attivismo politico. Dancing with the Angels (2021) di Joël Andrianomearisoa, tre sculture nere monumentali sospese nell’entrata in dialogo con 140 t-shirt di lavoratori di Suar a Camisa (2014) di Jonathas de Andrade, fanno da introduzione a “Ubuntu, un rêve lucide”.

Saur a camisa, di Jonathas de Andrade

Curata da Marie-Ann Yemsi questa ha un titolo in Bantu – gruppo etno-linguistico dell’Africa sub-sahariana – che significa ‘io sono perché siamo’, leitmotiv inoltre che riecheggia nello spazio espositivo parigino. L’esposizione si disloca a mo’ di sentiero tra passaggi coercitivi, per esempio attraversando An Inconvenient Demarcation di Serge Alain Nitegeka, un’installazione a grande scala in legno nero che rimodella le pareti d’ingresso del percorso; un clin d’œil alle migrazioni forzate. Mashadi Would Say II (2021) di Turiya Magadlela, è un patchwork realizzato con calze di nylon e cotone, improntato da un vibrante cromatismo dagli accenti rosa e rossi, attraverso il quale l’artista sudafricana ci parla di violenza come del sogno ubuntu di un’umanità unita e in armonia con la terra. Storia e narrativa cinematografica per The social revolution of our time cannot take its poetry from the past but only from the poetry of the future, titolo poetico come la serie di bei dipinti dell’artista di Botswana, Meleko Mokgosi. L’opera fa parte del progetto Democratic Intuition (2013-2021) – presentato nel 2020 presso la Gagosian di Londra – in cui l’artista denuncia una democrazia derisa sistematicamente da discorsi razziali e da un sistema capitalista asfissiante.

Palais de Tokyo

Segue The Royal House of allure (2019), una bellissima serie di fotografie del sudafricano Sabelo Mlangeni, realizzata in un centro di accoglienza per persone LGBTQIA+. Da non perdere il grande progetto The Library of Things We Forgot to Remember dell’artista multidisciplinare e attivista dello Zimbabwe, Kudzanai Chiurai, dove comode poltrone e musica in sottofondo fanno da corollario a pareti ricoperte da album in vinile di Mahalia Jackson, Gil Scott-Heron o di Miriam Makeba, da volantini storici e da una trentina di opere intorno alle lotte panafricane per i diritti civili, provenienti da archivi perlopiù sonori. Ricordiamo che i suoi lavori sono stati presentati a Documenta 12 e alla Fondazione Louis Vuitton nel 2017.

Maxwell Alexandre, New Power

Sorprendente “Cinéma Tricontinental”, titolo della prima retrospettiva consacrata a Sarah Maldoror (1929-2020), nota attivista e pioniera del cinema panafricano. Questa regista cinematografica e teatrale francese di origine della Guadalupa, è stata assistente in La battaglia di Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo. Storie e società diverse si confrontano sul tema delle lotte per le libertà passando per Parigi, Mosca, Conakry, Algeri, Fort-de-France e Saint-Denis. Il filo conduttore delle opere di Maldoror – una quarantina di film in totale – è l’antirazzismo che si rivela attraverso storie intrise di passioni e di ingiustizie a sfondo sociale. Ogni estratto di film qui presentato è corredato da un’ampia documentazione, che mostra altresì le grandi difficoltà economiche incontrate per la loro realizzazione. L’Angola è un paese molto presente nell’opera di Maldoror, e non a caso. Infatti, il suo compagno di vita era lo scrittore e politico Mário Pinto de Andrade, cofondatore del Movimento per la Liberazione dell’Angola, e con il quale ha partecipato ai movimenti di decolonizzazione africani in Algeria, Guinea e Guinea-Bissau. Proiettati su schermi mobili, riuniti in un’unica sala questi restituiscono una scenografia in continuo movimento e dalle prospettive lineari, in cui si può visionare il suo film d’esordio Monangambeee (1969, 16mm, sonoro, 14 min 28 sec.), prodotto dal Fronte di liberazione nazionale, Algeria, sette anni dall’indipendenza.

Ubuntu, un rêve lucide

Troviamo Sambazinga (1972) girato in Angola, che tra fiction e documentario, con spostamenti di camera fluidi e leggeri, guardano al quotidiano e ai sentimenti dei personaggi per rivelarci la loro illibertà ma non la loro sottomissione. Storie di lotta e di sentita indignazione verso le ingiustizie, per un cinema militante che dà voce agli oppressi e dove la donna africana – senza essere il perno della filmografia di Maldoror – è tenace e intraprendente ben oltre i consueti cliché. È qui presentata la versione restaurata di Sambazinga – grazie alla Film Foundation Martin Scorsese – che fa parte di una ricca programmazione proposta fino al 20 marzo prossimo. Un carnaval dans le Sahel (1977), girati per il governo di Capo Verde, Un homme, une terre: Aimé Césaire (1977), intorno all’attività politica e artistica del noto poeta della Martinica, sono tra i film proposti, insieme a creazioni di diversi artisti contemporanei intervenuti in omaggio alla grande cineasta scomparsa nel 2020.

Jonathan Jones, al Palais de Tokyo

“Jonathan Jones Sans Titre (Territoire Originel)” curata da Daria de Beauvais, Alixie Glass-Kantor e Michelle Newton, irrompe in un’ala dell’edificio con ricami, foto di aborigeni, sculture, suoni che s’ispirano ad antiche cerimonie aborigene e un filmato che narra di questo progetto. Attraverso una scenografia rigorosa vengono presentati, all’interno di due file di teche ben allineate, esempi di flora finemente ricamati in nero su tela bianca da comunità di immigrate di Sydney. Un progetto realizzato in eco alla spedizione voluta da Napoleone Bonaparte in Australia all’inizio del XIX secolo, in cui scopriamo che la profumatissima mimosa fiorisce in Europa in seguito a questa operazione. Incrociamo Novo Poder di Maxwell Alexandre, una superba serie di pitture di grandi dimensioni dove personaggi anonimi della comunità nera deambulano per musei e gallerie d’arte. Mettendo in discussione i ‘luoghi di contemplazione dell’arte’ – come li definisce l’artista – ci parla perdipiù di una nuova filosofia política africano-brasiliana, cioè del quilombismo. Diversi lavori dell’artista brasiliano fanno parte oggi della collezione del MacLyon. Tanti artisti e opere da non perdere come Jay Ramier e Aïda Bruyère, o “Afrikadaa: Les Révoltes Silencieuses”, un festival focalizzato sulla rivista d’arte contemporanea interattiva Afrikadaa, per un atto editoriale performativo sulle rivolte silenziose nelle Antille.

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