Russia, Israele, Sudafrica: la Biennale 2026 si preannuncia all’insegna delle tensioni geopolitiche

di - 9 Marzo 2026

In una dichiarazione congiunta diffusa dal Ministero degli Esteri di Kiev, il ministro Andriy Sybiha e la ministra della Cultura Tetyana Berezhna hanno invitato la Biennale a escludere la Federazione Russa dall’edizione del 2026. Secondo le autorità ucraine, una delle principali piattaforme artistiche mondiali non dovrebbe trasformarsi in uno strumento di propaganda «Per insabbiare i crimini di guerra» attribuiti a Mosca.

Il Padiglione della Russia, una presenza simbolica

Nel comunicato vengono citati i dati sull’impatto del conflitto sul settore culturale: dall’inizio dell’invasione su larga scala nel 2022 sono morti 346 artisti e 132 operatori dei media, mentre 1707 siti del patrimonio culturale e 2503 infrastrutture culturali sono state distrutte o danneggiate. A ciò si aggiunge la rimozione illegale di oltre 35mila oggetti museali e perdite economiche dirette stimate in oltre 4,2 miliardi di dollari.

La richiesta ucraina arriva pochi giorni dopo l’annuncio della partecipazione russa alla Biennale 2026. A inizio marzo il rappresentante speciale del Cremlino per la cooperazione culturale internazionale ed ex ministro della Cultura Mikhail Shvydkoy aveva infatti confermato che il Padiglione della Federazione Russa ai Giardini sarebbe tornato ad aprire dopo due edizioni di chiusura.

La Russia possiede il proprio padiglione ai Giardini dal 1914 e ha partecipato quasi ininterrottamente alle esposizioni internazionali della Biennale. Nel 2021 l’edificio era stato oggetto di un importante restauro, ricevendo anche una menzione speciale alla Biennale Architettura. La situazione era cambiata nel 2022, quando l’invasione dell’Ucraina aveva portato al ritiro immediato degli artisti e dei curatori coinvolti nel progetto di quell’anno – Kirill Savchenkov, Alexandra Sukhareva e il curatore lituano Raimundas Malašauskas – che avevano definito la guerra «Politicamente ed emotivamente insopportabile».

Negli anni successivi il padiglione è rimasto chiuso o utilizzato per altre attività. Nel 2024 la Russia aveva concesso temporaneamente lo spazio alla Bolivia, mentre durante la Biennale Architettura 2025 l’edificio era stato utilizzato per ospitare le attività educational dell’istituzione veneziana.

Il progetto annunciato per la Biennale Arte 2026 si intitola The Tree is Rooted in the Sky e si presenta come una serie di performance musicali e poetiche. L’iniziativa dovrebbe coinvolgere oltre 30 giovani musicisti, poeti e filosofi provenienti dalla Russia e da altri Paesi – tra cui Argentina, Brasile, Mali e Messico – con l’obiettivo dichiarato di costruire una «Polifonia culturale multilingue». Secondo gli organizzatori, l’immagine dell’albero «Radicato nel cielo», ispirata alla filosofia di Simone Weil, rappresenterebbe la tensione tra visibile e invisibile e tra origine e manifestazione del significato.

La spaccatura tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco

Sul piano politico, tuttavia, la questione rimane controversa. Il governo italiano ha preso le distanze dalla decisione, chiarendo attraverso una nota del Ministero della Cultura che la partecipazione russa è stata decisa «In totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano». Roma ha ribadito il proprio sostegno all’Ucraina e, con l’intervento dello stesso ministro Alessandro Giuli, ha ricordato le iniziative italiane a favore della tutela del patrimonio culturale ucraino, tra cui l’impegno per la ricostruzione della Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, gravemente danneggiata dai bombardamenti.

Critiche sono arrivate anche da altri contesti istituzionali. Un gruppo trasversale di eurodeputati ha indirizzato una lettera agli organizzatori definendo «Inaccettabile» la partecipazione russa, mentre il ministro degli Esteri della Lituania Kęstutis Budrys ha parlato apertamente di «Oscura diplomazia culturale». Secondo i firmatari della lettera, consentire alla Russia di partecipare rischierebbe di «Legittimare un regime responsabile di continue violenze» e di compromettere l’integrità morale della manifestazione.

Dal canto suo, la Biennale ha ribadito un principio già espresso in passato: la partecipazione ai padiglioni nazionali non viene decisa dall’istituzione veneziana. Come spiegato dalla responsabile stampa Cristiana Costanzo, sono gli Stati stessi a scegliere se prendere parte alla manifestazione e a organizzare i propri progetti. Il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, sulle pagine di La Repubblica, ha inoltre difeso l’idea della manifestazione come spazio di dialogo, sostenendo che la presenza di artisti provenienti da contesti di conflitto – tra cui Russia, Ucraina, Bielorussia, Israele e Iran – può contribuire a mantenere aperto un terreno di confronto culturale.

Nel frattempo, la questione ha mobilitato anche il mondo artistico. L’artista Nadya Tolokonnikova, membro delle Pussy Riot e attivista dell’opposizione russa in esilio, ha annunciato un’azione durante la Biennale per esprimere sostegno all’Ucraina e ai prigionieri politici. Altri esponenti della scena culturale russa dissidente hanno suggerito iniziative di protesta nei pressi del padiglione.

Israele e Sudafrica: gli altri casi

Intanto la mobilitazione non riguarda più soltanto il caso russo. Anche il padiglione di Israele, altra presenza ad alta tensione geopolitica, è al centro di una crescente contestazione, in questo caso trainata soprattutto dal mondo artistico. Il collettivo ANGA – Art Not Genocide Alliance, già attivo durante la Biennale 2024, sta raccogliendo firme per una lettera che chiede l’esclusione di Israele dalla Biennale 2026. Secondo gli organizzatori, hanno già aderito oltre 130 partecipanti alla Biennale tra artisti, curatori e operatori culturali provenienti da 29 partecipazioni nazionali e dalla mostra internazionale. Il testo completo e la lista dei firmatari saranno pubblicati il 17 marzo.

Israele ha confermato la propria partecipazione non nel consueto padiglione ai Giardini, attualmente in ristrutturazione, ma all’Arsenale. A rappresentare il Paese sarà Belu-Simion Fainaru, artista nato a Bucarest nel 1959, emigrato in Israele nel 1973, attivo tra Haifa e Anversa e vincitore dell’Israel Prize 2025. Il suo progetto, Rose of Nothingness, curato da Sorin Heller e Avital Bar-Shay, ruoterà attorno al tema dell’acqua e si comporrà di 16 tubi che rilasciano lentamente acqua nera in una vasca. ANGA ha definito il padiglione israeliano un «Genocide Pavilion», rilanciando l’appello all’esclusione. La Biennale ha risposto anche in questo caso che non può escludere Paesi riconosciuti dallo Stato italiano.

Sul fronte sudafricano, invece, la situazione si è risolta in modo opposto: il Padiglione del Sudafrica resterà vuoto. Dopo settimane di polemiche e ricorsi, il governo di Pretoria ha confermato che non parteciperà alla 61ma edizione. La decisione è arrivata dopo la cancellazione del progetto Elegy dell’artista Gabrielle Goliath, dedicato alle vittime di femminicidio e agli omicidi di persone LGBTQI+ in Sudafrica e, nella sua nuova formulazione, anche alla poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa in un attacco aereo israeliano nell’ottobre 2023. Il caso ha sollevato a sua volta accuse di censura e forti reazioni nel mondo dell’arte sudafricano.

Nessun italiano in mostra: il caso nostrano

Mentre Russia, Israele e Sudafrica occupano il dibattito internazionale, in Italia si discute anche di un’altra assenza: quella degli artisti italiani dalla mostra internazionale della Biennale curata dalla compianta Koyo Kouoh.

Su questo punto le reazioni sono state diverse ma convergenti nel tono: si è parlato di un sistema dell’arte italiano troppo fragile, poco performante e incapace di imporre i propri artisti su una scena internazionale sempre più competitiva. Tra gli interventi più netti c’è stato quello dell’artista Tiziana Cera Rosco – di cui abbiamo scritto quiche ha proposto un ribaltamento di paradigma: non inseguire soltanto la legittimazione curatoriale e istituzionale ma rimettere al centro la creatività, attraverso l’affermazione di una presenza. La sua idea è quella di proiettare di notte gli interni degli studi d’artista sulle facciate dei palazzi veneziani, restituendo visibilità al lavoro, ai processi e a un’idea di arte come veglia critica in tempi oscuri.

È anche da qui che passa il senso politico e culturale della Biennale 2026. Non solo dal ritorno o dall’esclusione di alcuni Paesi, ma dalla capacità della manifestazione di reggere le contraddizioni del presente senza ridursi a semplice vetrina o a dispositivo diplomatico. A Venezia, quest’anno più che mai, la geografia dell’arte coincide con quella dei conflitti.

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