Pascale Marthine Tayou: l’energia all’ombra dell’Etna

di - 5 Giugno 2022

Affacciata sulla montagna che sempre ribolle, l’Etna, Taormina è uno dei luoghi più magici d’Italia vuoi per i suoi paesaggi verticali mozzafiato, vuoi per una delle storie culturali più variegate, raccontate, tramandate e romanzate della Sicilia e della penisola.
Ed è qui, negli spazi del Grand Hotel Timeo del gruppo Belmond, che è arrivato a chiudere il ciclo MITICO – promosso dalla catena alberghiera con Galleria Continua – il vulcanico Pascale Marthine Tayou.
Dopo Subodh Gupta al Belmond Cipriani di Venezia, che vi abbiamo raccontato qui, e gli interventi di Michelangelo Pistoletto e Leandro Erlich nelle sedi toscane di Belmond, a Cascine e Fiesole, alle porte di Firenze, questo piccolo giro del mondo tra “savoir vivre” e arte contemporanea si chiude con quattro affascinanti sculture totemiche e tre piccole opere – tutte in vetro – installate negli spazi del mitico albergo, nato alla fine dell’800 trasformando in pensione una casa ai piedi del Teatro Greco, in una posizione spettacolare sulla Baia di Naxos.

Colouring The World, MITICO, Pascale Marthine Tayou per il Grand Hotel Timeo Belmond
Colouring The World, MITICO, Pascale Marthine Tayou per il Grand Hotel Timeo Belmond

«Camminavo per Venezia, molti anni fa – racconta l’artista camerunense (che vive e lavora a Gand, Belgio) e ho scambiato per totem una forma di vetro. Mi era sembrato molto strano e via via che mi avvicinavo percepivo che in realtà non si trattava di nulla di ciò che avevo immaginato». É chiaro però che all’istrionico Tayou l’idea dei realizzare qualcosa che tradizionalmente proviene dal suo territorio d’origine, l’Africa, con un materiale assolutamente lontano dall’idea di totem, resta in testa…«E così ho iniziato a studiare le maschere italiane, senza focalizzarmi su un tipo piuttosto che un altro, ma cercando di immaginare e realizzare una “forma di mezzo” che mescolasse l’Italia e l’Africa».
E dalla maschera -nel tempo- Tayou passa ai corpi, aggiungendo anatomia ai volti, e rendendo queste sculture – tutte pezzi unici – delle vere e proprie allegorie che per lui non vogliono rappresentare altro che un linguaggio emozionale.
«Queste sculture, se parlassero, direbbero senza dubbio frasi senza senso: sarebbero un incrocio di linguaggi, di balbettamenti, di messaggi», spiega Pascale, rendendo ancora più affascinante questa insolita collocazione della sua opera.

Colouring The World, MITICO, Pascale Marthine Tayou per il Grand Hotel Timeo Belmond

Ma non ci sono solo le sculture perché Tayou, per il Belmond, ha creato un vero e proprio percorso di “arte pubblica” con Colouring The World -riproducendo l’opera intitolata Les Routes du Paradis, il sentiero della felicità- puntellando di colore le pietre che compongono i muretti a secco che recintano i due ettari di parco del Timeo. Un progetto all’apparenza semplice ma che ha richiesto anche il benestare della Soprintendenza, come questi elementi del paesaggio sono un tesoro culturale che appartiene alla storia dell’isola e allo stesso tempo di centinaia di altri territori in Italia e nel mondo, dalla Liguria al Sud Est Asiatico: «Con questa pittura l’artista mette in evidenza un elemento fondamentale dell’architettura del paesaggio siciliano, quella del muretto a secco e dei terreni agricoli terrazzati, che purtroppo oggi per incuria -a causa del loro non essere “industrialmente” redditizi- sono stati abbandonati e divengono causa anche di disastri ambientali», ricorda entusiasta il sindaco di Taormina Mauro Bolognari, indicando l’arte di Tayou come un modo per ripensare e tutelare nuovamente una tradizione che ha permesso la nascita e lo sviluppo dei luoghi che tanto ci affascinano oggi, tra cui la stessa città di Taormina, costruita su tre livelli.
D’altronde, come dice l’artista, è necessario riprendersi la luce dopo questo lungo periodo di buio, e mantenere le “vibrazioni alte”, che a volte significa anche puntare un poco di più sulle relazioni umane e spirituali, piuttosto che sul business.

Colouring The World, MITICO, Pascale Marthine Tayou per il Grand Hotel Timeo Belmond

La storia a Casa Cuseni

Oltre a scoprire la natura di questa ricca micro area geografica, passando dagli spettacolari faraglioni che punteggiano il primo tratto di mare accanto all’isola Bella, piuttosto che spingersi un poco più a nord nel lungo arenile di Letojanni o salire a Castelmola, per godere di un vero e proprio terrazzo naturale con vista su Etna e Calabria, oltre che sul tratto di mare jonico che bagna la costa da Catania a Messina, a Taormina c’è un altro gioiello che merita di essere visitato per scoprire la varietà della storia e delle relazioni che hanno attraversato questi paesaggi.
Casa Cuseni fu la residenza dell’inglese Robert Kidson, e oggi è stata trasformata nella fondazione omonima. Qui il giovane omosessuale appartenente ad una delle famiglie più ricche del Regno Unito venne per sfuggire all’onta dovuta al suo orientamento, tutelato da quella “Magna Grecia” dove anche il Barone Vilhelm Von Gloeden trovò il suo paradiso perduto.

Casa Cuseni, interno

Accadde però che nel 1940 arrivò la guerra, e con lei la polizia fascista a sequestrare la casa. Ma si sa, a volte la fratellanza e l’incanto degli incontri possono cambiare il corso della storia. Fu così che i gendarmi diedero 24 ore di tempo al giovane inglese per lasciare la propria dimora i cui oggetti furono, in una sorta di catena umana, affidati a ogni abitante e a ogni famiglia di Taormina, che li conservò durante gli anni della Seconda Guerra Mondale e li restituì al legittimo proprietario nel 1946, anno in cui Kidson tornò in Sicilia. Una vicenda magica, che profuma d’altri tempi e -tornando a Tayou- a quelle relazioni umane che oltrepassano l’avidità umana e il dispotismo della politica e di una storia nera.
Oggi, qui, sono di nuovo visibili al pubblico non solo oltre 2mila tra dipinti, fotografie, pezzi d’arredamento e mirabilia vari, ma c’è anche la possibilità di passeggiare nell’unico giardino progettato da Giacomo Balla, e vedere la fontana firmata da Fortunato Depero, oppure sostare nell’angolo in cui Ernest Hemingway – in convalescenza dopo essere stato ferito al fronte, come operatore della Croce Rossa Americana – scrisse il suo primo racconto nel 1918, a soli 19 anni, The mercenaries. Un mix esplosivo di passaggi alchemici, “intellighenzie” di stampo massonico e una natura abbagliante che abbraccia l’umana conoscenza e la divina ispirazione, all’ombra della “montagna”, appunto.

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