Gesto unico, 2024, Acquerello su tela, 34 x 40 cm, foto NIVIO / Sergio Zavattieri, Courtesy Martha-Music Art House Accademy
Il corpo che si fa viscera di colore, il polso che gestisce la forma, la ripetitività del gesto, l’ossessività. Nulla fa pensare che Giusi Sferruggia, classe 1992, non possa essere accostata a Carla Accardi, per il segno, per il corpo, per l’espressività. A margine della sua personale palermitana da MARTHA – Music ART House Academy dal titolo Eco di una fuga leggera, a cura di Martina Martire e Vito Chiaramonte, l’abbiamo intervistata per approfondire il suo percorso di ricerca.
Mi racconti la mostra da Martha?
«La mostra da Martha è stata una bella sfida perché lo spazio si presenta già con una configurazione estetica ben definita. Martha è un luogo che unisce due anime: nasce come accademia di alto perfezionamento musicale e, allo stesso tempo, si dedica all’arte. Si trova in un appartamento dei primi anni del Novecento, al cui interno convivono diversi elementi: pianoforti, pannelli in ottone microforato per la correzione acustica su alcune pareti e sul soffitto. Non si tratta quindi di un classico “white cube”, ma di un ambiente fortemente caratterizzato, ricco di elementi e di una propria identità visiva, in cui la musica e l’arte dialogano continuamente. Questo ha reso l’allestimento un lavoro di integrazione e confronto, più che di trasformazione dello spazio stesso».
Quante opere hai esposto?
«17 opere. All’inizio con i curatori si era pensato a un numero maggiore. Poi pian piano appena ho iniziato a lavorare e quindi vivere lo spazio, mi sono resa conto che l’esigenza era quella di creare attraverso l’allestimento un ritmo che permettesse una lettura d’insieme del mio lavoro, dove la chiave di lettura stava proprio nella scansione del tempo, del movimento e della presenza. I curatori Vito e Martina sono stati straordinari. Hanno compreso fin da subito le ragioni profonde del mio lavoro, spesso persino prima che riuscissi a formularle io stessa. La loro sensibilità e capacità di lettura hanno reso il dialogo non solo possibile, ma sorprendentemente immediato».
Quando e perché hai iniziato a lavorare su tele grezze con gli acquerelli?
«Nel 2021, inizialmente per esigenza…avevo esaurito tutta la scorta di materiali, e ho scelto di intervenire sul retro di alcune tele».
E cosa è successo?
«Si è aperto un dialogo poco esplorato tra me e il supporto, ovvero il rapporto del corpo con la pittura stessa. Ho scoperto una pittura “veloce” che mi dava la possibilità di far emergere una quantità di segni e dinamiche che, fino ad allora, erano rimasti quasi cristallizzati in una fase liminale. Inoltre, la tela non è più intesa esclusivamente come superficie ricettiva del colore, ma come componente strutturale del processo pittorico. Le parti non dipinte assumono un valore formale e percettivo, configurandosi non come vuoti, ma come spazi di pausa, respiro e articolazione visiva».
Il tuo rapporto tra corpo e pittura qual è?
«Il rapporto corpo/pittura inizia a germinare in due fasi precedenti del mio lavoro, la prima è legata alla scultura (2019) e la seconda alla pigmentazione dei tessuti (2020). In entrambi i casi mi sono resa conto che queste pratiche/tecniche, dalla manipolazione dell’argilla e successivamente la lavorazione del gesso e dall’immersione dei tessuti all’interno delle vasche, generava qualcosa che andava al di la della tecnica. Si trattava di un’esperienza corporea. Un’esperienza che ho accolto e che porto avanti con grande attenzione e cura».
In che modo?
«Prima di iniziare una sessione di pittura, seguo una sorta di rituale per preparare il corpo alla pittura. In questa fase della pittura passo molto tempo davanti alla tela bianca, ma sono ore di preparazione più che di esecuzione. Studio i movimenti che il corpo compirà sulla superficie: a volte lavoro in verticale, altre in orizzontale sul pavimento, salendo sulla tela o ponendomela di fronte come fosse uno specchio. Prima di dipingere emulo i gesti, li simulo con il corpo, come se le pennellate avvenissero nello spazio. È un processo che richiede un livello di concentrazione molto alto, spesso inizio con una meditazione, in totale silenzio, per scaricare tutto quello che non mi serve durante la pittura e azzerare il rumore esterno. È lì che nasce la ricerca del segno attraverso il corpo. Quando arrivo a definire il gesto, mi concedo ancora del tempo per interiorizzarlo, ripetendolo e memorizzandolo sia a livello fisico che mentale. Mi sono resa conto che il corpo conserva informazioni profonde. Per questo accumulo e custodisco questi movimenti, li ripeto continuamente, quasi fossi un mimo del segno, prima di fermarmi e passare all’azione».
Come nasce la tua ricerca?
«La mia ricerca nasce anche dalla consapevolezza che la crisi ambientale non sia soltanto un problema ecologico, ma il riflesso di strutture sociali fondate sul dominio, sulla gerarchia e sulla separazione. In questo senso, la pratica pittorica diventa per me uno spazio di indagine sulle relazioni: tra materia e vuoto, tra presenza e sospensione, tra equilibrio e tensione. Il dipinto non rappresenta semplicemente una forma, ma un sistema di rapporti, una possibile metafora di convivenza e coesistenza».
E le opere come dialogano con gli allestimenti delle mostre?
«Durante l’allestimento, mi rendo conto che seppur in forma diversa, entrano in gioco le stesse dinamiche. La contemplazione dello spazio, delle altezze, degli elementi che ci sono attorno, di come è suddiviso lo spazio e di come abitarlo».
Cioè è come se tu vivessi un’esperienza dello spazio prima ancora di inserire le tue opere…
«Esattamente. Adesso sono in un periodo di pausa dalla produzione, di tanto in tanto ne sento l’esigenza. Da un lato sento una forte urgenza di tornare a lavorare, di fare, di aprirmi a nuovi stimoli; dall’altro mi rendo conto che questo distacco è necessario, perché mi permette di osservare le cose con maggiore lucidità e distanza. Quando entro nella dimensione della produzione, infatti, è come se tutto il resto sfuggisse: mi isolo completamente in quella dinamica, che a volte può diventare quasi un mondo a sé, persino alienante. Questo tempo di sospensione diventa quindi fondamentale per mettere in “ordine” tutto il lavoro fatto».
Com’è vivere in una casa studio?
«Lo trovo bellissimo, oltre che comodo. Un plus del mio studio è l’orientamento a sud-ovest, per cui luce per tutto il giorno che chiaramente entra in relazione con il mio lavoro. L’unico “problema” è che più produco, più lo spazio si fa piccolo!».
Quanto tempo impieghi per fare un’opera?
«Dipende tutto dalle ragioni e dalla struttura del lavoro».
Che cos’è la struttura del lavoro?
«Con “struttura del lavoro” intendo il modo in cui mi approccio alla tela. Ci sono opere costruite attraverso pennellate molto gestuali e minute, basate su un gesto unico e concentrato, spesso legato al movimento del polso. Accanto a queste, esistono invece lavori che nascono in tempi più rapidi, talvolta anche nell’arco di un’ora, e che seguono un ritmo diverso, più immediato. In realtà, tra queste due modalità si aprono infinite possibilità: ogni lavoro è il risultato di una combinazione variabile di tempo, gesto, concentrazione ed energia, elementi che non seguono mai uno schema fisso ma si riorganizzano di volta in volta. Questo insieme di gesti e modalità operative si configura come un codice aperto, in costante evoluzione, che non procede in modo lineare ma si articola in più direzioni possibili, adattandosi progressivamente alle esigenze del lavoro.
Comunque per rispondere alla domanda: quanto tempo impieghi? Posso impiegare circa dieci giorni o anche di più per lavori che seguono uno schema di caos interno, come “Macchia mediterranea”, oppure anche solo due/tre ore per lavori come “arancio blu” ».
E le sculture? Tu le esegui come pittrice o come artista?
«So dentro di me che le sculture le penso come pittrice, ma a essere sincera mi rendo conto che ancora non so dare delle risposte totalmente esaustive…».
Come scegli i colori dei tuoi dipinti?
«Ogni forma ha un colore e viceversa. Tutto dipende da come inizio a pensare l’opera: a volte sono attratta da un colore specifico, e su quello cerco di capire in che modo il lavoro può avanzare, altre volte il contrario».
In base a cosa funziona un lavoro secondo te?
«Se c’è un equilibrio più interno».
Mi spieghi meglio?
«Un equilibrio fatto di forze. Tensioni interiorizzate che poi accadono sulla tela, e se non ci sono per me c’è un problema e il lavoro è finito. Quando un lavoro non funziona, lo metto da parte e lo continuo a guardare per capire cosa ho sbagliato, poi ogni tanto mi fa incazzare e lo sotterro sotto altri lavori».
Il progetto di Fulvio Morella, presentato in occasione delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, raccontato in un libro…
Negli spazi milanesi di Artopia, una mostra collettiva riunisce le opere di Kesewa Aboah, Alberte Agerskov, Aléa Work, Dimitra Charamandas…
Il Guggenheim Museum di New York ripercorre la sua storia espositiva e la propria collezione per rileggere la Pop Art…
La Via Artis sul Plan de Corones, nelle Dolomiti altoatesine, lancia una open call per un’opera site specific a 2.275…
La Galleria Arrivada presenta In attesa del tempo, personale di Luciano Sozio (14 aprile–12 giugno 2026), a cura di Angela…
Una selezione degli spettacoli e dei festival più interessanti della settimana, dal 7 al 12 aprile, in scena nei teatri…