Da qualche giorno c’è un uomo in equilibrio precario a diversi metri di altezza in piazza Catuma, ad Andria. Vuole tuffarsi in un secchio d’acqua. I lunghi capelli bianchi, la barba incolta e le carni morbide lasciano intuire un uomo avanti negli anni. Tutto fa pensare a una tragedia prossima a consumarsi. L’assenza di un respiro, di una parola e di un movimento rivelano però la reale natura della scena. Si tratta di un’iperrealistica installazione, di una trovata artistica in silicone, resina e altri materiali. Decisamente sensazionale, a prescindere dai suoi significati, che sono molteplici. Sensazionale come molte delle opere del suo autore, Dario Agrimi (Atri, 1980), artista pugliese tra i più noti della sua generazione.
Molte le sue opere che hanno scandalizzato o affascinato, in diverse città d’Italia e in molteplici contesti, espositivi e non. Non dice chi è del 2016, un uomo ammantato di nero simile a un impiccato, che una visione più attenta rivela non appeso ad una corda ma sospeso da terra. Un dettaglio non trascurabile che cambia totalmente il messaggio dell’opera. Eppure, esposto in una galleria privata a Cosenza, è apparso solo un impiccato, creando scompiglio tra i passanti, spaventando bambini e donne incinte, fino a suscitare l’immancabile dibattito sui social (cosa che puntualmente si sta riproponendo per l’installazione andriese) su cosa sia l’arte, su quali siano le sue possibilità e i suoi limiti.
Non meno luttuosi e “provanti” sono Ascesa del 2011, un giovane uomo con le fattezze dell’artista vestito in abiti funerari e sospeso in diagonale, esposto per la prima volta nella Sala Murat, a Bari, o Limbo, del 2014, una vasca colma di un liquido nero oleoso, simile a petrolio, da cui emerge il volto di un uomo annegato o sul punto di esserlo, presentato alla Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare. E come dimenticare Passato, presente e futuro, l’anziana mendicante prostrata, messa in scena in un locale a Conversano? È accaduto nell’estate del 2019, per la personale “Mozzafiato” promossa dalla locale Galleria Cattedrale, il cui manifesto, al limite della blasfemia, presentava Agrimi con aureola e abiti messianici.
Con fare cattelaniano l’artista si diverte a giocare sul limite tra sensato e insensato. Nelle sue sculture tutto è verosimile ma un singolo dettaglio, spesso non percepibile a prima vista, lascia intuire la finzione dell’arte. Ed è in questo secondo passaggio, seguente il momento iniziale dello sbigottimento, che Agrimi genera nel fruitore la necessaria riflessione sul suo operare. È in quel preciso frangente che ci si inizia a interrogare su quanto si vede e spesso si arriva a chiedersi se quei personaggi non siano, in realtà, dei ritratti di ciascuno di noi, delle nostre possibili derive esistenziali. Le sue sono spesso scene impossibili eppure veritiere. Sardoniche e irriverenti, esse raccontano il dramma e la solitudine dell’uomo.
Ma torniamo ad Andria. Sofismi – questo il titolo dell’installazione – non è sola. Poco distante si scorge una donna, anche lei anziana, sospesa a circa due metri da terra in posizione orizzontale, parallelamente al pavimento. Si libra in aria come crocifissa. S’intitola Voli pindarici e come Pindaro anche l’anziana signora è proiettata in una dimensione fantastica, allucinogena più che fiabesca.
Nessuna apparente relazione si scorge tra le due installazioni. Entrambi i protagonisti però indossano la fede nuziale. Potrebbero essere marito e moglie ma non è dato saperlo. Ad accumunarli, nella multiforme visionarietà dell’artista, è la loro condizione di emarginati, di derelitti ma anche di improbabili eroi, unici tra i pochi in grado di afferrare la loro esistenza dettandone le sorti, tra gesti estremi e miracolose levitazioni.
Le due installazioni rappresentano l’anticipazione del XXVI Festival Castel dei Mondi, ampia manifestazione di musica e spettacoli che si svolgerà ad Andria tra il 26 agosto e il 4 settembre.
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