Elena Bellantoni, Delphine Valli, Quel che resta del fuoco, installation view, dettaglio, photo credits Giorgio Benni, courtesy Curva Pura
Circa due anni fa un curatore italiano, esordì ad una sua lezione universitaria dicendo qualcosa come: “Se volete farmi del male, legatemi ad una sedia e parlatemi di Derrida”.
È invece proprio dal saggio del noto filosofo decostruzionista che trae spunto la mostra romana “Quel che resta del fuoco”, fruibile presso la galleria Curva Pura, fino al 9 ottobre 2022; a dimostrazione di stima, anzitutto da parte della curatrice Nicoletta Provenzano, per l’ideatore di una prassi filosofica post-metafisica, in grado di far scattare tutte le molle di un discorso. Certo, invincibile iena ridens del metodo critico, Jacques, e per questo, forse, mal tollerato dai puritani del pensiero lineare. “II y a là cendre”, ossia “la vi è cenere” è il motto, in sé poetico e indecifrabile, che Derrida ricava dal suo precedente testo “Dessémination” ed elegge a titolo dell’ignifero volume cui la mostra si ispira.
Le opere site specific delle artiste Arianna De Nicola, Delphine Valli e Elena Bellantoni scandiscono l’angusto iter in curva, per ratio tautologica, aprendolo tuttavia a infinite divagazioni concettuali, extratemporali. Si vuole il tema del fuoco assurto da fil rouge ad axis mundi, non di meno.
Se in Valli – brunite alcune aste di ottone e raccolti e galvanizzati ricordi cinerei e pietre laviche – prevale il gioco della folgore come presenza/assenza di luce e quello prospettico e geometrizzante degli elementi, a intersecarsi, De Nicola guarda all’aspetto funebre della fiamma.
Un tronco incenerito, dalle curve antropomorfe si presta al rituale della fasciatura con tessuto, mentre lacerti di stoffe chiare pendono dal soffitto in mistica posa discenditiva. “Rappresentano ciò che rimane da una consumazione – spiega la curatrice – ma in lei, che usa lavorare la ceramica, il fuoco ha una valenza ulteriore, anche generativa”.
Bellantoni, con altri occhi, si cala nel funereo, lasciando traccia di sé attraverso una foto e una densa sinossi. Lo scatto, bianco e nero in de-javù, testimonia la visita dell’artista alle ceneri di Gramsci presso il cimitero acattolico, adiacente la Piramide Cestia. Una foto, dunque, immortalata a poca distanza dalla galleria, nel tentativo di attivare un’intima connessione storico-spaziale. Elena immagina un dialogo a tre che coinvolga anche Pasolini, sul quale ragiona già dal 2015 e che qui omaggia nell’anno del suo centenario.
Cent’anni d’altro canto avrebbe compiuto, nel 2022, anche un altro grande intellettuale di cui si è però dimentichi: Giorgio Manganelli. Proprio colui che, restando in tema, scrisse ironicamente che tutti gli uomini sono Adediretti, producendo con la fiamma della sua macchina retorica opere sublimi e sublimi fantomachie. Uno scrittore che, sospetto, Derrida avrebbe potuto preferire al pur celebre PPP.
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