Giulio Bensasson, Non so dove, non so quando, diapositiva d'archivio, 2016 #28, Courtesy dell'artista
Viviamo in unâepoca dominata dallâossessione del controllo, che assume forme diverse ma condiziona sempre di piĂš il nostro quotidiano, tra lockdown, coprifuoco, distanziamento sociale e imposizione delle mascherine. Non è un caso che sia proprio il concetto del controllo il fil rouge che attraversa le due installazioni della prima personale dellâartista Giulio Bensasson, intitolata âLosing controlâ e aperta fino al 30 luglio alla Fondazione Pastificio Cerere. Curata con puntuale rigore da Francesca Ceccherini, la mostra comincia allâinterno dello Spazio Molini, un suggestivo ambiente sotterraneo dove veniva prodotta la semola. Qui, tra pareti scrostate, tubature a vista e ingranaggi arrugginiti lâartista ha collocato Losing Control #1, unâinstallazione site-specific composta da tre superfici , rivestite di piastrelle bianche realizzate a mano con la tecnica del calco e illuminate dal basso, che si stagliano con il loro innaturale candore in diversi spazi.
Apparentemente uguali ma in realtĂ sottilmente diverse, rivelano soltanto ad uno sguardo attento piccole imperfezioni, come mosche ed altri piccoli insetti imprigionati in alcune piastrelle. Ma non basta: la prima è collocata in fondo ad uno stretto corridoio dove ristagna un odore di talco, dolciastro e leggermente nauseante, mentre lâultima, posizionata come una sorta di pilastro in una stanza quadrata simile alla cella di un tempio, è accompagnata da unâinstallazione sonora eseguita da Filippo Lilli, composta da una campionatura di rumori di insetti che ne aumenta lâeffetto perturbante.
âHo immaginato lâintera installazione come una sorta di percorso filmico, giocato sul contrasto tra pulizia assoluta e sporciziaâ, spiega Bensasson. Ritornati nel cortile del Pastificio, la mostra prosegue nei locali del silos, dove ci si imbatte in Losing Control #2, concepita come un percorso opposto. In questi ambienti asettici Bensasson ha collocato un lavoro che si basa sulla corruzione della materia, declinato in tre tappe successive. Allâingresso introduce la mostra lâimmagine di un volto con macchie di corrosione, che fa parte dellâarchivio Non so dove non so quando (2016): si tratta di una diapositiva corrotta dal tempo e stampata dallâartista. Queste diapositive consunte vengono intese da Bensasson come vanitas del tempo presente, una sorta di nature morte riesumate dalla storia recente alle quali viene offerta una seconda vita. Nella stanza successiva su una sola parete una serie di mensole sorreggono alcuni visori per diapositive, che mostrano immagini ridotte a simulacri, essendo state divorate da muffe e batteri. Lâultima sala è dominata da un grande light box che illumina una sola slide ritrovata in un vecchio studio a Roma e trasformata in una composizione astratta, simile a una lastra di marmo policromo o un dipinto informale. âĂ lâimmagine piĂš magmatica di tutte, la piĂš astratta e lâideale conclusione di un percorso che comincia da sotto e finisce quiâ, spiega lâartista, protagonista di un esordio molto promettente per consapevolezza e precisione.
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