Robert Barry, Early Works, da Alfonso Artiaco, Napoli
Cosa c’è di più immateriale e indeterminato, e al tempo stesso specifico e puntuale, delle parole? È la parola a definire l’indefinibile senza mia riuscirci del tutto, ed è la parola – scritta a macchina, ripetuta, messa una in fila all’altra – al centro della mostra personale “Early Works” di Robert Barry, visitabile alla Galleria Alfonso Artiaco di Napoli fino al 30 aprile 2022.
Fra i padri dell’arte concettuale, Barry traspone il clima di “rottura” degli inizi degli anni ’70 – epoca in cui iniziò a lavorare – nel proprio universo artistico mantenendo nel corso degli anni, oltre cinquanta di carriera, questo suo essere sempre “fuori dagli schemi”. Si ricorda la sua “opera” del 1969, che oggi potremmo definire performativa, quando l’inaugurazione di alcune sue mostre fu sostituita dalla dichiarazione dello stesso artista che tali mostre erano chiuse.
«Ma l’opera esiste davvero? Esiste se hai un’idea in proposito, e in parte è tua» dichiara Robert Barry definendo così l’ambito del suo interesse artistico. Ed è un ambito illimitato trattando di “immateriale” in quanto non percepibile attraverso i sensi: dai fenomeni fisici, come l’elettromagnetismo e gli ultrasuoni, alle teorie filosofiche, al centro di cui vi sono i pensieri e le parole. Sono proprio le parole e alcuni disegni geometrici il “materiale” che compone il corpus della mostra “Early Works” da Artiaco.
La parola di Barry, in quanto estensione del pensiero, racchiude nella sua stessa definizione un ossimoro: essendo il pensiero immateriale è anche illimitato, la parola definisce il pensiero “comprimendolo” in concetto nel tentativo (inutile?) di dare una percezione fisica (attraverso la vista o l’udito) del pensiero stesso.
«It has beginning, order, limits, possibilities, structure, continuity, influence, direction, individuality, accessibility, unity, harmony, contrasy, variety, composition, definition, coherence, origin, potential, adaptability, and an ending» («Esso ha inizio, ordine, limiti, posibilità, struttura, continuità, influenza, direzione, individualità, accesibilità, unità, armonia, contrasto, varietà, composizione, definizione, coerenza, origine, potenzialità, adattabilità e un finale»): ciò è scritto nell’opera che chiude la mostra – un enorme foglio bianco che arreca per iscritto tale “precetto” – e racchiude in sé lo sforzo di definire l’indefinibile. In quel “and the ending” che conclude il testo è racchiuso tutto il senso del pensiero di Barry che è forse il tentativo di tutta l’umanità: definire “il finale”.
Non c’è nulla di pià immateriale eppure presente della fine, nulla di più inafferrabile e ingombrante a cui pensatori, intellettuali e scrittori abbiano dedicato maggior tempo e fatica della morte. Il filosofo Emil Cioran scrive «Per tutta la vita ho pensato alla morte, e ora che mi ci avvicino constato che non mi è servito a niente averci pensato tanto, e che sarebbe stato assai più proficuo non curarsene affatto. Il pensiero della morte non aiuta a morire» (Emil Cioran, Quaderni 1957-1972, Adelphi 2001).
Robert Barry si unisce a costoro e a tutti noi, nel tentativo inutile a cui mai potremmo sottrarci.
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