Romano Sambati, Dolore delle foglie – Castello Carlo V

di - 6 Aprile 2022

È pura poesia quella che trapela dalle opere di Romano Sambati (Lequile, 1938), tra i protagonisti dello scenario artistico in Puglia, meritevole oggi, superati gli ottant’anni, di un posto d’onore nel sistema artistico nazionale. Egli è uno di quegli artisti che per modestia o forse eccessiva ritrosia gode ancora di una notorietà circoscritta ma la qualità del suo lavoro certamente ne giustificherebbe una più ampia diffusione. Silenzioso, appartato, riflessivo, ponderato nelle parole e nei gesti, Sambati è scultore e pittore meditativo, tanto nelle intenzioni quanto nei risultati, in un transfert perfetto della personalità nelle opere. Un dipingere il suo che procede per gesti minimi, sempre misurati: uno strappo, un’apposizione materica, un segno disegnato o dipinto, sono gli elementi essenziali attraverso cui egli si fa portavoce di concetti importanti, di estrazione antropologica ed esistenziale. Di questa sua intensa ricerca è oggi piena testimonianza la mostra “Dolore delle foglie” allestita al piano nobile del Castello Carlo V di Lecce. Organizzata da Kunstschau e curata da Roberto Lacarbonara, la mostra prende le mosse da un’idea dell’artista Carlo Michele Schirinzi, artista e amico di Sambati, sincero estimatore della sua ricerca, almeno dal 2016 quando lo ha omaggiato con il suo video Eclissi senza cielo riproposto oggi in mostra, a conclusione del percorso espositivo. E proprio quelle peculiarità caratteriali di Sambati di cui si diceva poc’anzi sono perfettamente visibili nel video. L’artista vi è ripreso intento nel suo lavoro, chiuso nel microcosmo dello studio di Lequile, alle porte di Lecce. Il regista ritrae Sambati nei molteplici atti della creazione, cercando di cogliere in un gesto, in uno sguardo, in un sospiro, l’istante creativo, la visione decisiva. Non una parola, la voce rischierebbe di compromettere l’assolutezza di cui sembrano imbastite le immagini, quasi tese a fare dell’artista salentino un novello Efesto all’interno della sua fucina.

Romano Sambati, Dolore delle foglie, Castello Carlo V, Lecce

L’atarassia è il concetto che forse meglio di altri consente di descrivere l’atto creativo di Sambati, imperturbabile, calibrato, deciso. Non è un caso dunque che il percorso leccese si apra con il ciclo “De Rerum Natura”, ispirato proprio all’omonimo poema lucreziano. Generato sul principio degli anni Ottanta, in un momento in cui l’artista ha già raggiunto la piena maturità, il ciclo segue i sei libri del poema. Quello dedicato alla conoscenza Sambati lo fa coincidere con i disegni dei bambini, inteso quale primo atto conoscitivo del genere umano. Tra questi anche un albero con foglie cadenti, soggetto da cui iconograficamente prende le mosse la mostra, che nelle sale successive prosegue con “Lacrimae Rerum”, ciclo esposto a Lequile nel 2012 dedicato alla fragilità e alla caduta, e si conclude coerentemente con “Dolore delle foglie”, il ciclo recente, il cui titolo è desunto da un verso dello stesso artista: “Dolore delle foglie: spazio del puro etere, frammenti di una fu pittura, ultimi segni di una vita disseccata”. E cosa se non “una fu pittura” è quella di Sambati? Sospesa tra superficie e volume, pittura e scultura, senza essere né l’una né l’altra, la sua ricerca si colloca in una situazione di voluta ambiguità. Pur mostrandone gli aspetti più caduchi, l’artista dona la bellezza dell’eterno agli oggetti che crea o seleziona, collocandoli al centro di spazi pittorici aperti, in concrezioni organiche e diradamenti materici. Da anni Sambati ci ha abituati ad opere leggere come il soffio eppure pesantissime nella loro portata concettuale, lavori che sembrano il risultato di un processo metamorfico in fieri, giunto alle fasi finali ma non ancora del tutto concluso, il momento in cui il fisico trascende nell’etereo senza rivelare la sua forma definitiva.

Romano Sambati, Dolore delle foglie, Castello Carlo V, Lecce

La mostra, visibile fino al 5 giugno, raduna in cinque sezioni oltre 30 opere realizzate tra il 2020 e il 2022, oltre a disegni e pitture precedenti che raccontano gli albori del lavoro dedicato alla presenza iconica delle foglie. Metafore esistenziali, esse sono gli ultimi appigli di una riflessione capace di allargarsi alla condizione umana. Il bianco della carta che talvolta lascia trapelare lievi tonalità di verde, rosa e viola, ormai scariche; il nero saturo, libero di espandersi sulla tela, sinonimo di buio assoluto, a lungo cercato dall’artista; il bruno della tela juta lasciata a vista, come pelle nuda di cui cogliere trama, porosità, finanche essiccazioni, sono queste le tre tonalità cromatiche dominanti nella ricerca di Sambati, caratteri epidermici di una “non pittura” che scava nell’animo umano con la precisione del bisturi, camminando sul bilico di salvezza e dannazione, ascesa e caduta.
Foglie accartocciate o sagome appena percepibili sono i residui figurativi-oggettuali di una produzione oramai saldamente votata all’astrazione. Questa però in Sambati non nasce dal desiderio di fuggire dalla realtà ma di sublimarla in una dimensione superiore, ancestrale e archetipica. Egli dà forma, bloccandolo in un istante, a quel processo di trasformazione che non è solo fisico ma anche spirituale. Nel lavoro di Sambati si ode l’urlo di ciò che resta, il sibilo assordante di una natura rarefatta, il trascendere della materia nell’incorporeo, del sensibile nell’assolutezza dell’infinito.

Nato a Terlizzi nel 1980, è giornalista, critico d’arte e curatore indipendente. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'Università degli Studi di Lecce, si perfeziona sull'Arte del Novecento all'Università degli Studi di Bari. Già cultore della materia in Museologia presso l’Università degli Studi della Calabria e docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Vibo Valentia, ha condotto studi specialistici e curato mostre per Soprintendenze, istituzioni e musei.  

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