Petrit Halilaj, Abetare, Metropolitan Museum of Art, New York, 2024, ph. Francesca Magnani
Ancora pochi giorni per salire sul tetto del Metropolitan Museum di New York e vedere la grande scultura tra cui i turisti si muovono scattando selfie. Il titolo è Abetare, come il manuale alfabetico illustrato albanese su cui l’artista Petrit Halilaj, oggi 38enne, aveva studiato da piccolo. Nato in un villaggio rurale vicino a Runik, in Kosovo, nel 1986, quando il suo Paese era sotto l’occupazione serba e la sua casa fu stata incendiata, è rimasto per più di un anno in un campo profughi albanese chiamato Kukes.
Racconta il New York Times che lo psicologo italiano Giacomo Poli, che nel 1998 si trovava appunto nel campo per studiare gli effetti dei traumi causati dalla guerra sui giovani, incoraggiò Petrit a disegnare le tragedie a cui aveva assistito e le scene di pace che lo facevano stare meglio. Le immagini che ne risultarono furono molto apprezzate e così Halilaj, dopo aver frequentato una scuola d’arte in Italia, si è trasferito a Berlino. Da allora ha rivisitato periodicamente il Kosovo, la patria a cui tiene ancora molto e la cui storia e memoria sono state la fonte di gran parte del suo lavoro (ne scrivevamo anche qui).
Per la sua prima apparizione alla Biennale di Berlino del 2008, ha costruito una versione in scala reale della casa distrutta dei suoi genitori a Runik e quando, durante un viaggio nel 2010, ha saputo che la sua ex scuola elementare stava per essere svuotata e demolita, ha recuperato alcuni vecchi banchi. Ha poi registrato minuziosamente, con schizzi e fotografie, esempi di graffiti che ne ricoprivano le superfici. Per la versione della mostra al Metropolitan Museum di New York, l’artista ha ampliato la portata geografica del suo materiale, rintracciando e documentando i graffi e gli scarabocchi dai banchi di altri Paesi balcanici – Albania, Macedonia del Nord, Montenegro – che hanno subito l’aggressione serba dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia.
In concomitanza, a Chelsea, alla galleria Kurimanzutto, si è appena conclusa Abetare (Noisy Classroom), che segna un importante passo nel procedimento artistico di Halilaj. Per la prima volta i banchi appaiono come oggetti scultorei montati a muro. In precedenza, erano stati elementi integrati in installazioni più grandi ma non sono mai stati combinati e modificati in opere d’arte a sé stanti.
«Per Noisy Classroom ho riportato il progetto alle sue radici: l’aula scolastica», spiega Halilaj e questo si riflette nello spazio stesso della galleria, che è stato trasformato in un’aula tradizionale ispirata ai ricordi e alle esperienze dell’artista. Da lontano appaiono come dipinti minimalisti ma, a un’osservazione più attenta, lo spettatore può vedere gli scarabocchi dei bambini che decorano le superfici di legno.
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