Steve Riedell, The Days, 2021, installation view, courtesy Studio Trisorio, ph Francesco Squeglia
Hanno un aspetto antico, familiare, eppure misterioso, gli oggetti che Steve Riedell ha esposto negli spazi dello Studio Trisorio. Posseggono uno spessore che è certo stratificazione materica, ma lasciano allo stesso tempo trapelare un accumulo di idee e ripensamenti, di tentativi, finiture e rifiniture, composizioni, scomposizioni, ricomposizioni, insomma un andirivieni multiforme che la mostra fotografa in uno stadio in potenziale divenire. Il mistero, come in ogni artista, è nel processo, nella spinta creativa â mentale e materiale â che porta Riedell a una determinata configurazione, allâintricato susseguirsi solchi e tasselli, di linee incise e dipinte, continue e interrotte come in un andamento ritmico ma arbitrario. La familiarità è nellâofficina in cui sembra di ritrovarsi, tra scarti di falegnameria, avanzi di vernice e levigatrici.
Ci sembra che questa impressione trovi in qualche modo conferma nelle parole dellâartista stesso: ÂŤricordo che mio padre ridipingeva il nostro recinto di anno in anno, di solito con lo stesso colore. Questo atto che sembrava di routine e poco importante in veritĂ era miracoloso nel modo in cui la superficie veniva sigillata, sostituita da ciò che sembrava essere una lavagna pulita, ma ad un esame piĂš attento quella storia era evidente in modi sottili come un sottostante ricordo dâusoÂť (Steve Riedell, aprile 2021). Ecco allora che gli assemblaggi di schegge (segmenti, tavole, listelli) di legno rivelano una loro storicitĂ che si compie nel tempo, nei giorni, negli anni. Suona lievemente bizzarra la scelta dellâartista di definire le sue opere dipinti, laddove la superficie pittorica appare invece punto di partenza di volta in volta rinegoziato, negato, stravolto. E tuttavia lâatto del dipingere, dello stendere il colore sulla tela, poi rifinirlo con una spatola o con uno strato di trementina, e successivamente incollare la tela su un ripiano di legno o tenderla su un telaio, per poi smontare, ritagliare, ripiegare, ristendere, restituisce chiaramente lâimmagine del palinsesto, del sovrapporsi di unâazione dopo lâaltra, sempre uguale eppure diversa ogni volta.
Ă in parte lâereditĂ della pittura americana degli anni â40 e â50, questo accumularsi dellâesperienza su un piano che non è però soltanto quello della superficie, ma coinvolge i piani laterali, quello posteriore. Lâopera continua anche laddove non viene vista, sulla faccia che poggia contro la parete o negli interstizi tra una sagoma e lâaltra che compongono il quadro. In questo senso, nello spessore dellâopera che è specchio della processualitĂ del pensiero, si condensa anche tutta la sua misteriositĂ . Vale per le tavole assemblate di The Garden, 2015, Untitled (Pieces), 2020, Reeds, 2016, Strings #4, 2018, Diamond Painting (White), 2020, in cui la tela viene incollata alla tavola â tecnica adottata dallâinizio degli anni â90 â e per i Folded-Over Paintings come Untitled (Mexico), 2019, Folded-Over Painting (Gray), 2012, Now That itâs Over, 2014 e Bed, 2020, serie avviata dalla fine dello stesso decennio, in cui la tela e il telaio vengono lavorati indipendentemente lâuna dallâaltro e poi assemblati, ma anche smontati, risagomati, rimontati: il telaio qui non è piĂš sostegno dellâopera ma ne è elemento, contribuisce alla forma della tela che rimane però autonoma, rivela bozzi, accartocciamenti, pieghe. Il dipinto non è lâimmagine appiattita sul supporto, ma è ciò che avviene attorno ad esso.
Lâinaugurazione della mostra di Steve Riedell a maggio è stata lâoccasione per presentare al pubblico anche il nuovo spazio espositivo in via Carlo Poerio, di cui Laura Trisorio aveva ci aveva parlato in anteprima.
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