Un abbraccio che (trat)tiene. “Il vuoto addosso” la nuova performance di Ruben Montini

di - 14 Novembre 2022

Abbracciami.

Meglio di no.

Abbracciami.

E se poi ti rompi?

Abbracciami.

Poi non ci sei più.

Abbracciami.

Il tempo, la legge, la logica, il vuoto, tutto è sospeso nell’abbraccio. Ed è proprio in quell’attimo sospeso che può esistere la performance di Ruben Montini.

Sono passati sette anni da “Think of me, sometimes”, un abbraccio che nel 2015 l’aveva stretto fino allo stremo delle forze all’ex compagno, l’artista tedesco Alexander Pohnert.

Il luogo è lo stesso, il Museo Ettore Fico, che durante la Torino Art Week si fa teatro di “Il vuoto addosso”, a cura di Elsa Barbieri, reenactment della precedente performance ma non solo.

Ruben Montini, Il Vuoto Addosso 2022 Performance. 12’ Documentazione della performance presso il Museo Ettore Fico, Torino Ph. Nicola Morittu

Superare i limiti. È uno degli elementi distintivi dei lavori di Ruben Montini, una delle voci narranti della comunità LGBTQ+, che porta avanti un pensiero complesso e assume posizioni radicali. Il suo corpo ci appare come un simulacro di tracce, di segni impressi da precedenti performance, o meglio battaglie che ha condotto per dare voce alla minoranza della sua comunità. Perché per l’artista la performance non è mai un mezzo ma una reazione a condizioni socio-emozionali, politiche, storiche e culturali, che lo porta a trasporre l’autobiografia nel terreno della collettività.

E l’amore? Come si inserisce all’interno delle battaglie che porta avanti? Ne è il motore.

‘Il vuoto addosso’ descrive questo sentimento in tutta la sua stravaganza e irrealtà. Perché ogni amore inizia con l’ammirazione, che si trasforma in attrazione irresistibile, piacere vivo. Ed è a questo punto che subentra il dubbio. La paura di un amore non corrisposto, ‘Vorrà amarmi?’, è la summa di quel bisogno di certezze senza risposta che ci strugge e ci spaventa.

Un sentimento che catalizza tutti i sensi e che non da tregua, una lotta che il giovane Albert Camus descrive in Il diritto e il rovescio, “Non c’è amore di vivere senza disperazione di vivere”.

Lo stesso amore intenso e disperato che ha ispirato Stendhal a scrivere ‘Dell’amore’, in cui tenta di razionalizzare l’innamoramento.

Ruben Montini ci permette di vivere con lui una delle fasi più delicate di questo processo, la ‘cristallizzazione’, come la definisce Stendhal.

‘Cos’è la cristallizzazione? Chimicamente si, è quel fenomeno per cui una sostanza assume lo sta-to cristallino, il che può avvenire per solidificazione, o per sublimazione, o per processi biologici. Ma è figurativamente che ci interessa come il fatto di cristallizzare, riferito a una persona, significhi conservarla in una forma rigida, fissa, impossibilitata a svanire.’

La sua azione è un tentativo estremo di ricostruire, cristallizzare quell’abbraccio che l’aveva stretto fino allo sfinimento, personificandolo, e fissandolo nel ricordo del suo amore. Non ci troviamo più nella fase dell’innamoramento, ma “in un istante che differisce dal sogno e non si consuma nel ricordo”.

Un reenactment che da una vita del tutto nuova ad un’azione passata, “Una performance significa dunque la prima volta, così come la seconda, fino all’ennesima, senza alcun mero ritorno all’identico”.

Il corpo umano viene sostituito dall’argilla, un mezzo tramite cui l’artista da corpo ad una figura senza nome, senza biografia, qualcosa che non è più reale, e quindi si sbriciola nel momento in cui prova ad afferrarla.

Ruben Montini oggi come sette anni fa ci ha permesso di cristallizzare il nostro amore, tenendoci sospesi nella precarietà di un sentimento che si sgretola sotto i nostri occhi.

“Non sarà sudore oggi, sulla sua pelle, sarà terra, argilla, colore, materia. Intorno a lui, addosso a lui, come il vuoto che ha raggiunto il suo culmine, cristallizzandosi in un abbraccio che lo (trat)tiene e lo colma, esaurendosi.”

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