Jean-Marie Appriou, Installation view of Ophelia, MASSIMODECARLO, © Todd-White Art Photography courtesy MASSIMODECARLO
Con una citazione di William Blake, icona britannica non solo letteraria, a corollario di una mostra dell’artista francese Jean-Marie Appriou, alla prima apparizione nel Regno Unito, la Galleria MASSIMODECARLO ha presentato l’apertura di nuova sede di Londra, in piena febbre da Frize (la grande fiera internazionale inaugurerà infatti il 12 ottobre). E nonostante la visionarietà della frase – «Se le porte della percezione fossero purificate, tutto sembrerebbe all’uomo così com’è, infinito», fatta propria anche dal profeta Jim Morrison – si tratta di uno spazio fisico, è bene specificarlo, contando che uno virtuale, VSpace, è stato già aperto nell’aprile 2020 (ce ne parlava lo stesso gallerista in questa intervista).
Oltre alle sedi di Milano e di Parigi, Pechino e Hong Kong, a Londra MASSIMODECARLO aveva aperto una sede della sua galleria già nel 2009, per spostarsi nel 2012 a South Audley Street, in Mayfair. E adesso questo nuovo spostamento, poco distante, sempre nel miglio d’oro delle gallerie d’arte – Gagosian, Sadie Coles, Goodman –, precisamente al 16 di Clifford Street, in un edificio risalnte al 1723 e di interesse storico e culturale. Rispettoso delle caratteristiche architettoniche e stilistiche della struttura, il progetto è stato firmato dallo studio londinese PiM, composto da Maria-Chiara Piccinelli e Maurizio Mucciola, che già collaborò con l’archistar Kengo Kuma per Pièce Unique, la concept-gallery di Parigi, nel Marais, dedicata all’esposizione di un unico pezzo.
Un display caratterizzante e alternativo all’offerta espositiva canonica sarà anche quello della nuova sede di Clifford Street, dove trovano spazio le opere di Jean-Marie Appriou, artista nato nel 1986 a Brest, in Francia. Sculture di varie dimensioni e materiali, per la mostra inaugurale, intitolata “Ophelia”. Ispirazione ultraterrena e letteraria, dunque, a partire dal malinconico e visionario personaggio dell’Amleto di William Shakespeare, dipinto anche dell’artista vittoriano Sir John Everett Millais nel capolavoro conservato alla Tate.
«Affascinato dal cupo misticismo del dipinto, Appriou elabora la sua ipnotica ambiguità », spiegano dalla Galleria. «Più che una rappresentazione della morte, vede in Ofelia l’allegoria del passaggio da uno stato all’altro, forse dalla vita alla morte, o dalla realtà verso una dimensione parallela. Proprio come le “porte della percezione” del poeta inglese William Blake dietro le quali si nasconde l’infinito, la mostra di Appriou è un invito a sbirciare attraverso quelle porte, guidando lo spettatore in uno spazio in cui il tempo e la coscienza sono sospesi a mezz’aria, o a malapena a galla, come Ofelia».
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