Vincenzo Schillaci, la pittura è mutamento: intervista al curatore Gaspare Luigi Marcone

di - 27 Marzo 2026

C’è una parola che attraversa la storia dell’arte con la naturalezza di un respiro: movimento. Non come semplice dinamica formale, ma come trasformazione, passaggio, mutamento continuo dello sguardo e della materia. Con Movimento (perpetuo), mostra di Vincenzo Schillaci alla Fondazione La Rocca di Pescara in corso fino al 30 aprile, questa parola torna a interrogare lo spazio espositivo e il tempo del visitatore. Abbiamo rivolto alcune domande al curatore Gaspare Luigi Marcone per accompagnare il pubblico dentro un percorso che sembra chiedere più ascolto che spiegazioni.

Vincenzo Schillaci MOVIMENTO (perpetuo) 2025 veduta della mostra, Fondazione La Rocca, Pescara Courtesy Fondazione La Rocca / Galerie Rolando Anselmi Photo by Sebastiano Luciano

In un tempo che tende a privilegiare l’evento rispetto al processo, da quale necessità critica nasce oggi una mostra che assume il movimento come principio di lavoro?

«La prima necessità, trattandosi di una mostra personale, è data dalla ricerca dell’artista e dalla sua azione creativa. Il termine movimento, ovviamente, può essere declinato, definito, interpretato in modo eterogeneo – dalla filosofia alla fisica – o può avere correlativi e concretizzazioni in varie forme o tecniche artistiche – dalla videoarte alla performance – e nel caso del lavoro Vincenzo Schillaci una delle tante definizioni possibili potrebbe essere quella di “qualsiasi forma di mutamento”. È chiaro che ogni definizione porta a qualche esclusione ma il mutamento è un principio cardine per l’artista».

Nel primo incontro con l’opera di Vincenzo Schillaci, quale ordine di problemi le è apparso prioritario: quello della forma, quello del metodo, o quello di una postura più generale nei confronti dell’immagine?

«Per usare una dizione manzoniana, nell’opera di Schillaci questi “problemi” si fondono e si armonizzano “senza soluzione di continuità”; la forma si genera, si distrugge e si rigenera dal suo metodo di lavoro che, come risultato finale, offre immagini che sono allo stesso tempo somme e sottrazioni di immagini in divenire. Facendo un esempio concreto: nella serie Phantàsma le stratificazioni di colori, pigmenti, gesso, polvere di marmo e altri materiali, si sovrappongono e corrodono nel momento stesso dell’atto artistico; le immagini mutano nel momento stesso della loro genesi».

Vincenzo Schillaci CIÒ CHE SI MUOVE RABBUIA 2025veduta della mostra, MOVIMENTO (perpetuo) Fondazione La Rocca, Pescara Courtesy Fondazione La Rocca / Galerie Rolando Anselmi Photo by Sebastiano Luciano

In che modo il progetto espositivo si è costruito nel tempo: attraverso una progressiva messa a fuoco o mediante una serie di aggiustamenti successivi, dettati dal lavoro in divenire?

«Il progetto presenta lavori inediti, ma alcuni appartenenti a “cicli” su cui l’artista lavora da anni, realizzati principalmente nel 2025. La costruzione del percorso espositivo è nata da un’idea generale molto chiara e pulita che però, ovviamente, si è perfezionata in divenire; parallelamente alla realizzazione dei lavori per la Fondazione La Rocca, l’artista ha presentato un altro nucleo di opere nella sua personale Movimento alla Galerie Rolando Anselmi di Roma (giugno-ottobre 2025). L’esposizione romana e i frequenti incontri in studio, con la progressiva realizzazione delle nuove opere destinate alla mostra di Pescara, hanno ulteriormente chiarito, in “modo perpetuo”, il progetto curatoriale ed espositivo».

Che funzione hanno assunto gli spazi della Fondazione La Rocca nella definizione del percorso: semplice contenitore o elemento attivo di misura e di ritmo?

«La mostra è stata modellata sulla macrostruttura architettonica della Fondazione La Rocca ma alcuni spazi sono stati ampliamente stravolti e ridefiniti per creare “ambienti”, percorsi, fili conduttori più congeniali all’azione creativa dell’artista. Doveroso sottolineare l’entusiasmo e la disponibilità del presidente e fondatore Ottorino La Rocca, e di tutto il suo gruppo di lavoro, nell’accogliere e mettere in pratica i concetti del progetto artistico e curatoriale».

Vincenzo Schillaci, MOVIMENTO (perpetuo) 2025 veduta della mostra, Fondazione La Rocca, Pescara Courtesy Fondazione La Rocca / Galerie Rolando Anselmi Photo by Sebastiano Luciano

La pittura di Schillaci procede per stratificazioni che non sempre si offrono a una lettura ordinata: come si accompagna, da curatore, una ricerca che sembra sottrarsi a una linearità interpretativa?

«Bisognerebbe chiarirsi sulla definizione di “lettura ordinata”. I concetti di stratificazione, metamorfosi, decostruzione hanno un fascino che si potrebbe dire “ontologico” foriero di sorpresa e stupore, oltre a essere di grande attualità. Ogni lavoro di Schillaci potrebbe essere letto come un libro di memorie. Schillaci ha una sua “linearità”, certo la sua è una ricerca colta, densa, se si vuole “difficile”, che diventa più comprensibile e godibile man mano che si “entra” sempre più nel suo lavoro; oggi il movimento che diventa frenesia non fa “contemplare” l’opera con i tempi e i ritmi giusti, tutto viene visto e consumato in pochi secondi. Il momento contemplativo può diventare movimento contemplativo se si dedica il tempo giusto alla fruizione dell’opera come “godimento pensante”. Parlare oggi di contemplazione a qualcuno potrebbe sembrare desueto o anacronistico ma in alcuni casi diviene fondante, è una forma di resistenza. È noto che anche nei musei più prestigiosi davanti a opere capitali lo sguardo si concentra solo per pochi secondi. Forse, come anche in altri artisti, la linearità di Schillaci, si perdoni il gioco di parole, non è “rettilinea”, forse è una linea curva, ondulata, o forse, meglio ancora, è una spirale logaritmica, e la spirale logaritmica è tra le forme più armoniose e ordinate».

Nel panorama dell’arte contemporanea italiana, come si colloca oggi la ricerca di Vincenzo Schillaci e quali elementi del suo percorso ritiene siano emersi con maggiore chiarezza in questo progetto espositivo?

«Si potrebbe rispondere facilmente, come spesso accade anche per altri artisti, che il suo lavoro sia un unicum; e in parte è vero. Schillaci si inserisce in un contesto parcellizzato che, come noto, è tipico della contemporaneità ma che riesce a far tesoro di un’idea sana di tradizione – basti pensare a molti dei materiali che usa nei suoi lavori – sia a livello tecnico sia a livello concettuale. Un artista che ha metabolizzato, e metabolizza costantemente, alcuni concetti longevi, si potrebbe dire eterni, della storia dell’arte e della cultura riformulandoli secondo la propria sensibilità. Basti un unico esempio: le idee del divenire, della metamorfosi, della trasformazione si potrebbero far risalire ai frammenti eraclitei per attraversare i pensieri nietzschiani fino alle ultime riflessioni attuali. E molti artisti, con opere e tecniche diverse, lavorano con e su queste idee. Ogni artista, come è normale che sia, durante il suo percorso di formazione, sia intellettuale sia umano, assimila un’infinità di concetti e stimoli che poi, con gradazioni e intensità diverse, entrano direttamente o indirettamente nel lavoro e lentamente rilasciate o restituite. Il ritmo espositivo della mostra, nell’alternanza di lavori su tavola, su carta o in bronzo, è la sintesi stessa dei suoi lavori come “concetti-oggetti”».

Vincenzo Schillaci FARE UN QUADRO 2025 veduta della mostra, MOVIMENTO(perpetuo) Fondazione La Rocca, Pescara Courtesy Fondazione La Rocca / Galerie Rolando Anselmi Photo by Sebastiano Luciano

In che modo l’idea di movimento entra in rapporto con il nostro presente senza tradursi in un riferimento esplicito o illustrativo?

«Ricollegandosi ad alcune risposte precedenti sull’idea di “movimento” si potrebbe dire che tutto è movimento senza essere né espliciti né illustrativi, ma realisti e concreti, pragmatici. I pianeti e le galassie sono in movimento, cellule e fluidi corporei sono in movimento, le idee sono in movimento. La natura è movimento. Poi, qualcuno potrebbe dire senza problemi, che tutta la vita dell’uomo contemporaneo è basata sul movimento, fino alla frenesia e alla schizofrenia. Inutile ricordare, inoltre, che il movimento, nell’accezione anche di dinamismo, è stato uno dei concetti cardine che dal Futurismo in poi ha caratterizzato tante ricerche artistiche parallelamente, o quasi, allo sviluppo del cinema e del video fino alle tecnologie più recenti. Tutte queste idee e riflessioni sono legittime, si potrebbe dire semplici, o quotidiane, Schillaci ne fa tesoro, in modo latente, obliquo, però nei suoi lavori condensa la “sua” idea di movimento, di trasformazione dell’immagine nel suo farsi, nel suo divenire, tra presenza e assenza. Una delle accezioni di movimento per Schillaci è anche la trasformazione dell’immagine, non solo a livello percettivo, di una sua opera che, dopo essere stata vista, resta nella mente dell’osservatore modificandosi pian piano in ricordo o in memoria, in un’immagine, emozione o sensazione, che diviene “altro”».

Che tipo di esperienza è chiamato a compiere il visitatore: un attraversamento guidato o una sequenza di soste, ripensamenti e ritorni?

«Per restare in tema il visitatore ha “libertà di movimento”; e questo è stato ben visibile sin dal giorno dell’inaugurazione della mostra. Poi, ovviamente, al di là degli ovvi percorsi fisici, tra ingresso e uscita dello spazio espositivo, vi sono dei percorsi o collegamenti primari che legano i lavori esposti e altri “ambienti”, o “momenti”, da scoprire o riscoprire in base alla propria sensibilità individuale. Per fare degli esempi concreti: in mostra sono esposti tre esemplari del ciclo Phantàsma, uno all’ingresso, uno a metà percorso e l’ultimo in chiusura; ecco, lo spirito di questo ciclo “aleggia” come un fantasma (nel senso aristotelico) per tutta la mostra, dall’inizio alla fine e viceversa.

Invece, nella prima sala, vi sono principalmente lavori su carta, macerata e rigenerata; è un ambiente con luce soffusa, quasi laboratoriale, alchemico, le due uniche opere in materiali diversi sono una piccola tela vergine (In attesa, 2025) e la sua trasposizione, dopo l’atto pittorico, in metallo (Di una resistenza, 2025) tela galvanizzata in rame che con il suo splendore metallico, da buon conduttore, trasporta il visitatore nell’ambiente successivo più luminoso e arioso, scandito a sua volta da stanze e pareti che accolgono gli altri lavori su tavola o, in un ritmo di rimandi, ai due lavori in bronzo che si guardano reciprocamente (Fare un quadro, 2025 e Autoritratto in divenire, 2025).

In questi ambienti non vi è un percorso prestabilito; il fruitore è libero di muoversi, sostare, scoprire i lavori in autonomia. Le sale e le quinte create durante l’allestimento fanno apparire e scomparire i lavori a seconda del punto di vista e della direzione dello sguardo, tra pieni e vuoti, tra superfici candide e atmosfere policrome».

Vincenzo Schillaci AUTORITRATTO IN DIVENIRE 2025 getto in bronzo, tela in lino grezza, 50x60cm Courtesy Fondazione La Rocca / Galerie Rolando Anselmi Photo by Sebastiano Luciano

Quanto incide il corpo dello spettatore, il suo muoversi nello spazio e il suo tempo di permanenza, nella costruzione del senso della mostra?

«Come accennato la libertà di movimento dello spettatore e dunque le sue traiettorie corporee sono fondamentali, o meglio sono state visibili, ed esperibili, a posteriori, anche con un po’ di sorpresa. Durante l’inaugurazione, e nei primi giorni di apertura della mostra, si poteva vedere molta gente che rifaceva il percorso più volte e in modo diverso, involontariamente erano “attori”, o protagonisti, di una performance. Qualcuno potrebbe sentire qualche ventata odorosa del Laborintus sanguinetiano».

Al termine del percorso, cosa ritiene essenziale che rimanga, non come contenuto acquisito, ma come disposizione dello sguardo?

«La metamorfosi».

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