Il salotto buono. Omaggio a Guido Rocca - installation view - photo Andrea Rossetti
Anni fa nelle case italiane non trovava posto il concetto attuale di âlivingâ, di uno spazio comune da âvivereâ. Câera una volta il salotto, ambiente integrato alla casa quanto idealmente separato dalla stessa. Alla luce di una motivazione indiscutibile: doveva accompagnare le grandi occasioni, e non certo il quotidiano bivacco famigliare.
Siamo tra secondo dopoguerra e boom economico, ed ogni famiglia se lo teneva caro il suo âSalotto buonoâ. Quello che Elena Carozzi e Valentina Giovando rileggono concretamente, sotto forma di trattato socio-economico di unâItalia unita nello status symbol. Vintage oggi, cosĂŹ in voga ieri, quando il consumismo era solo alla porta e gli italiani altri, con altri sogni e bisogni.
Progetto lineare, ma non lezioso, âil salotto buono. Omaggio a Guido Roccaâ difatti non calca la mano sulla pura finzione da teatro di posa. Con Lara Conte, curatrice assieme a Mario Commone e Raffaella Fontanarossa, impariamo che qui ogni elemento utile â dalla tenda in cellophane, alla pellicola che impacchetta alcuni mobili per non âsciuparliâ, ad una quinta di assi in legno â è anche integrante allâallestimento. Un mood inclusivo anche per elementi endogeni come le grandi finestre dai vetri opachi. Che certo illuminano, ma assumono anche una seconda valenza, saltata fuori in un veloce scambio di battute con Carozzi: filtrano la luce esterna quanto filtrano lo spazio interno, separandolo idealmente â o magicamente se siete piĂš romantici â dal tram tram contemporaneo. Câè poi da dire che fingere in uno spazio come quello del Laboratorio Rocca, con quel pavimento che ne avrebbe da raccontare e le pareti âbianco vissutoâ, è una partita persa in partenza.
ÂŤRicreare il calore di casa in uno spazio industriale è stata una sfidaÂť racconta Carozzi. Una sfida in cui le nostre si sono lanciate con un bel mix di senso pratico e passione, portando quel âcaloreâ a confluire in una sorta di messa in opera scala 1:1 dei bozzetti di Rocca. Dalla carta alla realtĂ (sistema Ikea docet), per ritrovarsi in ambienti da (giocare a) vivere. Con tanto di pasticcini pronti da addentare â meglio di no ÂŤHanno la muffa, sono di scenaÂť dice ridendo Carozzi â e liquore Strega ad pronto sul tavolino coi suoi bicchierini.
Potete quindi scegliere di accomodarvi sul morbido divanetto in un vellutino verde, tra vasi di fiori in paillettes che donano allâinsieme quel tocco di artigianalitĂ dâaltri tempi. Oppure spostarvi in zona tinello, verso una tavola che ricorda un Tableaux pièges di Spoerri post-lettura del galateo. Con tutti i crismi della tavola italiana vecchio stampo, ossia puntata allâattenzione per ogni suppellettile. I piatti ad esempio, in porcellana a fiori; la brocca e bicchieri lavorati, le posate dâepoca con tanto di stemma, e persino una tovaglia che sfiora il tappeto. Piccola borghesia per grandi occasioni.
Carozzi e Giovando sono intervenute per âarricchimento capillareâ, tassello dopo tassello ognuna con una pratica ben determinata. Con unâartisticitĂ distinguibile, che nel caso specifico di Giovando non va nemmeno intesa in senso stretto, ma come una terzina artigianalitĂ /design/object trouvĂŠ. Il suo âcambiare pelleâ alle sedie grida opulenza almeno quanto la maestositĂ del grande lampadario; che a sua volta si abbina elegantemente ai due grandi arazzi dipinti da Carozzi, tra vegetazioni abitate da caprette, pecore e galline di unâamenitĂ perfettamente fuori dal nostro tempo. Câè aria di salotto buono, borghesemente accogliente, ma anche di una sintonia palpabile. E che fa bene a questa mostra.
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