Walter Bortolossi, Dobbiamo muovere da ciò che è scientificamente primario. Rudolf Carnap. 1928, 1993
“Un corridoio e le sue stanze” è titolo esplicativo e metaforico al contempo della mostra antologica e retrospettiva sull’opera dell’artista friulano Walter Bortolossi visitabile fino al 6 febbraio prossimo al Monastero di Santa Maria in Valle, a Cividale del Friuli. Un itinerario per ripercorrere in cinquanta opere esposte oltre trent’anni di attività artistica di Bortolossi, dagli esordi alla metà degli anni Ottanta sino ai giorni nostri. Presenti anche le prime prove dell’artista all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove si è formato, lavori giovanili di gusto neo-espressionista e legati ad un momento generale di pittura gestuale che però Bortolossi abbandonerà speditamente per trovare una vocazione figurativa e giungere al suo particolarissimo modus operandi dei quadri sagomati, una pittura assai più meditata, in tutti i sensi, dall’ideazione alla produzione. Nell’ala da poco restaurata del complesso monastico – di cui fa parte anche il mitico Tempietto Longobardo – il percorso espositivo si snoda lungo un corridoio a croce, “sfogando” sulle dodici stanze che su di esso affacciano. Queste costituiscono altrettante appendici o digressioni al (dis)corso principale, e sembrano rimandare, anche nelle scelte allestitive – cavalletti, tele a terra, schizzi appesi alle pareti, oggetti appoggiati a pavimento – al processo creativo che le ha generate.
Le opere di Bortolossi congeste di figure e dettagli citazionisti, dai colori rutilanti, sono infatti il frutto di un percorso di gestazione lento, fatto di ricerca iconografica certosina che si traduce poi in una pittura ardimentosa, tutt’altro che estemporanea. Sono lavori, quelli di Bortolossi, specie i più recenti dalle narrazioni multifocali, che assalgono il visitatore con la loro densità enciclopedica: labirinti visivi che stordiscono, rebus da decifrare, coacervi di libere associazioni che non consentono una flânerie epidermica e distratta, ma richiedono o impongono uno sguardo perlomeno attento. Deliberatamente camp, palesemente post-moderne, le opere di Bortolossi non si sottraggono certo al confronto con la pittura pop, il fumetto, il fotocollage, la grafica pubblicitaria, i murales o la street art, strizzando l’occhio a quello che l’artista definisce ‘stile basso’ (nella dialettica tra high e low culture) per comunicare però ‘contenuti alti’ come la scienza, la filosofia, l’economia, la politica. È proprio in relazione o in reazione all’avanzare della società di massa novecentesca che di fatto Bortolossi ha elaborato, sia nella forma che nei contenuti, il suo peculiare stile a partire dagli anni Novanta, dando corso alla necessità di raccontare, anche preconizzandoli a volte, i cambiamenti epocali che si stavano affacciando al suo orizzonte, come l’avvento della globalizzazione e iniziare a denunciarne gli aspetti più controversi, quali la mercificazione di cose e persone nonché della cultura stessa. Aspetti divenuti ormai dolentemente all’ordine del giorno.
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