Denny la peste
Denny la Peste era uno dei personaggi più divertenti dei fumetti della mia infanzia per la simpatia delle sue marachelle combinate al Signor Wilson e consorte, e con l’aiuto degli amici Joey, Margaret e di Ruff, cane fidato, fu giustamente elevato a cartone animato. Di guai ne combinava parecchi ma non è nulla a confronto con la peste vera, malattia tragica e infettiva, che tolse vite umane e capolavori a più d’una generazione. E in quel maledetto agosto del 1576 i conti con la signora in nero dovette farli anche Tiziano, che non riuscì nemmeno a finire la Pietà destinata alla propria tomba e morì il giorno 28, con il pennello in mano, dopo aver visto un mese prima spirare anche il figlio Orazio, pittore anch’esso, seppur al padre sottomesso. Si tramanda che fu la peste a portar via il Vecellio dal mondo terreno, ma forse, fu il dolore lancinante a prenderlo per mano e portarlo con sé nei meandri invisibili dell’aldilà.
Sulla Pietà tornerà poi Palma il Giovane, finendola e modificandola, non si sa. E che Maria abbia pietà dei suoi peccati perché la dipinse bene, come cita la scritta che nella tavoletta dipinta compare. Il caso, o meglio la sfortuna, volle che già il suo stretto collega o maestro Giorgione, subì la stessa fine, lasciando incompiute chissà quante opere, visto che la sua età era quanto meno precoce.
Anche il Caravaggio fin dalla più tenera giovinezza dovette fare i conti con la stessa morte, poiché la peste gli uccise il padre, il nonno e lo zio troppo in fretta, come se un raggio gamma avesse colpito la Terra. Che poi per forza crebbe rissoso e disperato, e per quanto lo riguarda val la pena di tener sott’occhio la lezione che si ricava dalle vicende di Bernard Rieux e Jean Tarrou, nel La Peste di Camus: in mezzo ai flagelli s’impara che negli uomini ci sono più cose da ammirare che da disprezzare. Pietro Perugino morì a Fontignano nel 1523 probabilmente mentre affrontava la Natività nella parrocchiale, ora purtroppo a Londra, e fu sepolto senza troppi riguardi, in aperta campagna.
E oltre allo smacco che gli rifilò il Vasari, definendolo “cervello di porfido” in riferimento al suo amor di guadagno, che per denari avrebbe fatto ogni mal contratto, subì anche questo sgarro. Ma di certo mostrò ai posteri che chi lavora di continuo e non a ghiribizzi, lascia opere, nome, facoltà e amici.
Grande lavoratore e attento alla ricchezza fu pure il Ghirlandaio, e la fine fu la stessa. Morì di febbri pestilenziali dopo aver avuto un gran successo e fu sepolto in Santa Maria Novella, lasciando incerta la tipologia di peste che potrebbe aver contratto, lui che dipinse quell’uomo anziano con nipote per la storia dell’arte davvero unico, con il naso bitorzoluto e bubbonico. Andrea del Castagno fu colto dalla morte nera dopo aver lavorato con Domenico Veneziano a Sant’Egidio, per quegli affreschi andati peraltro distrutti, e morì a Firenze di peste, nel 1457. La sua signora più che poteva gli stava lontano, e par che la vita d’Andrea, senza che nessuno se ne avvide, giunse presto alla fine, e con assai poche cerimonie, ne’ Servi, vicino a casa sua, gli fu data sepoltura.
Orazio Riminaldi si congedò dal nostro mondo a soli 37 anni nel dicembre del 1630, e la peste fu per lui, e per tanti altri, come quel Sansone con i Filistei che dipinse nei pochi anni precedenti. E pensare che quando lo sterminio sopraggiunse stava per dipingere l’Assunzione della Vergine, che poi il fratello Girolamo si preoccupò di concludere. Fu eseguita con la tecnica dell’encausto e con tale grande e coinvolgente abilità prospettica che sembra quasi di scorgere in fondo il Paradiso, e chissà che non se lo sia davvero meritato. E più che dei Promessi Sposi del Manzoni, dove la peste è ben presente, qui si tratta di promessi capolavori che ci siamo persi, o che forse hanno solo lasciato spazio ad altri.
Nicola Mafessoni è gallerista (Loom Gallery, Milano) e amante di libri (ben scritti). Convinto che l’arte sia sempre concettuale, tira le fila del suo studiare. E scrive per ricordarle.
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