Categorie: Arte moderna

Errante, erotico, eretico: Osvaldo Licini nelle sue Marche

di - 23 Novembre 2020

È arduo definire, in maniera univoca, uno dei più noti artisti marchigiani del Novecento, visti i suoi numerosi incontri con varie correnti artistiche, tra cui il simbolismo e il surrealismo francese, ma anche l’impressionismo, il futurismo e l’astrattismo, con incluso il suo periodo figurativo. Non a caso Osvaldo Licini si definiva errante e sfuggiva ad ogni classificazione che lo rinchiudesse entro alte mura con forza. Questa è sempre stata la sensazione avuta, sin dal primo incontro con alcuni dei suoi lavori, e questa ho continuato a portarmi dietro sino ad oggi.

Omaggio a Cavalcanti, 1954, olio su tavola, collezione privata

La mostra “La regione delle Madri”

La regione delle Madri. I paesaggi di Osvaldo Licini“, allestita a Monte Vidon Corrado all’interno della sua abitazione, oggi Casa Studio, alla quale tornò nel 1926 fino alla fine dei suoi giorni per sposarsi con la giovane pittrice svedese Nanny Hellström, conferma questo sentire.
In questa dimora padronale settecentesca, in cima al borgo, l’esposizione, curata da Daniela Simoni, presenta centoventi opere, tra cui ben novanta oli e trenta disegni, alcune delle quali mai esposte – come una Marina francese dei primi anni Venti – ospitate negli spazi del Centro Studi e della Casa. Il paesaggio dipinto e disegnato torna nell’ambiente che lo ha ispirato, vicino alle marine marchigiane e tra le colline fermane, punti di partenza e di arrivo a seguito di una profonda interiorizzazione e al continuo processo di revisione che a volte rende difficile la ricostruzione di una chiara cronologia delle opere, come sottolinea la curatrice. Si torna comunque, al di là del tempo della realizzazione, al luogo che è concreto ma anche spirituale, che fuoriesce con forme e colori che ci trasportano in un universo unico nel suo genere, onirico anche quando lo stile è figurativo. Qui la potenza, e questa mostra l’ha saputa esternare e inseguire in nove sezioni tematiche che ben colgono i diversi accenti della pittura liciniana e i tre periodi che la caratterizzano. Importanti i prestiti, dalle collezioni pubbliche, quali ad esempio il Centre Pompidou di Parigi e Ca’ Pesaro a Venezia, e da molti collezionisti privati che si sono metaforicamente uniti per dar vita a questo eccezionale e ricco percorso che rappresenta uno spezzato importantissimo della storia dell’arte italiana.

Paesaggio marchigiano (Montefalcone), 1926, olio su tela, collezione privata, Fermo

Il cammino inizia nelle sale del Centro Studi che accolgono i dipinti figurativi degli anni Venti. Chiari i suoi modelli – Cézanne, Matisse e Van Gogh – la cui influenza è facilmente riconoscibile nei lavori che realizza in questo decennio. Un viaggio a Parigi è documentato nel 1917 ma non c’è traccia nelle sue opere della rappresentazione della vita cittadina francese; presenti invece le marine della capitale sulla Senna, che si accompagnano a quelle italiane, dipinte rigorosamente en plein air. I paesaggi marchigiani di questo periodo, come Paesaggio marchigiano (Montefalcone), appaiono a dir poco misteriosi e sospesi, con una quiete che è appagante ma che, allo stesso tempo, crea scompiglio interiore. Licini sintetizza la composizione e ritorna spesso a rielaborare i dipinti cercando il suo stile, autonomo e tendente al geometrico, con cromie accese e con lo spirito della natura che ci parla dando all’uomo una posizione secondaria, sovente assente.

Colline marchigiane, 1927, olio su tela, Comune di Moncalvo

I numerosi ripensamenti dell’artista lo accompagnano negli anni alla svolta astratta, che avviene a Monte Vidon Corrado all’inizio degli anni Trenta, a cui giunge a seguito di una naturale crescita e di un arricchimento poetico e letterario che non abbandona mai. Nel 1935 aveva conosciuto a Parigi Kandinskij e visto la sua personale nella galleria Il Milione, ed è proprio in questo periodo che inizia la sua fase geometrico – astratta le cui opere son esposte nella Casa Museo. In mostra un dipinto figurativo apre le danze, per così dire, per presentarci le diagonali e i triangoli delle Archipitture, degli Uccelli e de Il Bilico, tra gli altri, contraddistinti da una levità e da ritmi musicali da cui scaturisce facilmente l’immaginazione.

L’uomo di neve, 1947, olio su tela, collezione privata

Da qui la nascita delle celeberrime figure magiche di Licini, i vari Personaggi, Olandesi Volanti e Amalassunte che ci osservano dalla tela, dai loro mondi. L’uomo di neve (1947) emerge dallo sfondo giallo, sopra una linea scura, riflessivo con la mano alla tempia, vicino alla luna e, nei tratti somatici, simile agli Angeli Ribelli che magnificamente compaiono nella sua produzione, fluttuando nello spazio. Il corpo bianco dell’Angelo ribelle con cuore rosso, in forte contrasto con lo sfondo blu scuro, spicca un salto all’interno di un ambiente che ricorda una marina degli anni precedenti. Esso appare in tutta la sua bellezza e si spinge oltre così come farà anche il suo autore durante tutta la sua esistenza.

Personaggio, 1945, olio su tela, collezione M. Carpi, Roma

Un ultimo cenno va sicuramente rivolto alla ricca produzione grafica presente in mostra: disegni, schizzi e annotazioni accompagnano l’attività pittorica di Licini e vengono qui riproposti, dai più figurativi ai più astratti e schematizzati, associabili alle fasi dell’artista. Dai Paesaggi ai Personaggi, fino allo Studio per il Miracolo di San Marrr…co, è riscontrabile quel dubbio dato dalle cancellazioni e dai ripensamenti che poi ripropone anche in pittura. La relazione di Osvaldo Licini non è con l’errore ma con il continuo mutamento che è fuori da ogni equilibrio, inafferrabile perché coraggioso nella trasformazione: errante, erotico ed eretico.

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