Fluxo, Marenostrum, Photo credits: t-space studio
Il pubblico sembra muoversi dentro un acquario mastodontico, un contenitore di 3mila metri quadrati per 30 metri di altezza, durante la messa in scena di “FLUXO”. Alessandro Sciarroni, regista e performer premiato con il Leone d’oro alla Biennale 2019 (qui la nostra intervista), mette in scena all’interno dello spazio Shed dell’HangarBicocca un dispositivo scenico colossale, frutto di un progetto artistico dislocato tra l’Europa e l’Asia e che a Milano prende vita nella sua interezza per due sole notti.
Quello che ci troviamo davanti è una sterminata scenografia evocata e non costruita, un oceano che non si mostra nella forma fisica dell’acqua ma nella forma poetica delle performance che la animano. L’acqua, tema centrale dell’intero allestimento, prende vita attraverso sei performance che sono reinterpretazioni di altrettanti lavori concepiti negli anni ’60 da artisti che gettarono le basi per quello che poco dopo si sarebbe formalizzato nel movimento Fluxus.
Lo spazio scenico, sul quale incombono impassibili le sette torri celesti di Anselm Kiefer, abbraccia e sommerge la platea, ne inonda lo spazio; il pubblico è libero di scegliere le due modalità di visione che gli si presentano, aggirarsi tra i numerosi spazi performativi oppure fermarsi in un solo punto e osservare questa ciclopica performance animarsi e dare vita ad un unico quadro. Un solo elemento è irraggiungibile e sospeso sullo spazio allestito in collaborazione con Andrea Anastasio, ed è l’orchestra che esegue l’opera lirica “Mare Nostrum” di Mauricio Kagel mentre gli spettatori in basso sono travolti tra le note ed i relitti da un vortice di storie narrate da Muna Mussie, che li trascina e li intrappola sott’acqua.
Il pubblico, per tutta la durata, è quasi stordito dall’alternanza di suono, immagine e movimento: all’ingresso, quello che si presenta è uno spazio quasi completamente buio, che fa immediatamente perdere l’orientamento, solo i musicisti Biscotti e Favarelli all’opera per il primo segmento dell’allestimento generano suoni da anfore che sembrano appena recuperate da fondali marini (“Water music” di Toru Takemitsu). A pochi metri Chiara Bersani inizia ad amplificare il suono di un vinile sporco di catrame che gira incessantemente su un giradischi, mentre sul lato opposto dello Shed un’orchestra dà inizio all’opera di Kagel.
Sul percorso da un vertice all’altro dell’hangar coni di luce illuminano i segmenti di spazio dove Calderoni e Caleo reinterpretano Nam June Paik tracciando segni con un liquido corrosivo su dei teli e Gribaudi volteggia ossessivamente su una grande superficie di plastica cosparsa d’acqua, dall’opera di Yoko Ono “Water piece”. A tutto questo si aggiungono racconti di sogni legati all’acqua che provengono dall’installazione “Water music” di Shiomi Mieko e l’orchestra diretta da Arnaud Arbet, tutto rimbomba all’unisono nell’immenso hangar creando un suono ovattato come per chi sott’acqua cerca di ascoltare i suoni della superficie.
Un grande progetto artistico che spinge sull’accumulazione, risultando poi nella sua complessità un’opera di grande essenzialità e rigore. Un’unica, grande illusione, un mare agitato e in superficie un’orchestra che suona una partitura. Un happening unico che riporta alle migliori performance degli anni ’70, ma anche all’idea di opera d’arte totale wagneriana che qui si dimostra attuale e funzionale alla visione complessa e stratificata di Alessandro Sciarroni.
“Fluxo” è un progetto di Alessandro Sciarroni con Andrea Anastasio e con Chiara Bersani, Rossella Biscotti con Attila Favarelli, Silvia Calderoni e Ilenia Caleo, Anna Raimondo, Silvia Gribaudi, a cura di Davide Quadrio, da un’idea di Luciana Galliano, prodotto da Arthub, Shanghai/Hong Kong.
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