Categorie: AttualitĂ 

Cosa racconta della Cina un ospedale da 1000 posti messo su in 7 giorni

di - 27 Gennaio 2020

Mentre in Italia chiunque guidi un mezzo che non sia un cingolato deve fare attenzione a non sprofondare nelle voragini delle strade, dall’altra parte del mondo, in Cina, si costruisce un ospedale da mille posti letto in dieci giorni. Chiaramente, messa su questo piano suona come l’ennesima polemichetta scandalistica da bar, sempre un po’ divisa tra strapaesismo del punto di vista sul mondo e compiacimento nell’evidenziare quanto la situazione nazionale sia clamorosamente arretrata rispetto a qualunque cosa provenga da luoghi esotici. Ma, in fondo, ognuno deve vedersela con i propri problemi, sospensioni usurate o pandemie che siano. E infatti mille posti sono poca cosa, rispetto agli 11 milioni di abitanti dell’antica città di Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei, nella Cina Centrale, polo commerciale di primo piano e, attualmente, posta sotto quarantena a causa dell’epidemia di coronavirus 2019-nCoV.

A oggi, il virus ha infettato quasi 3mila persone in Cina, uccidendone 80. Secondo le ultimissime notizie, il primo caso di infezione non risalirebbe al primo dicembre e la persona infettata non era stata al mercato ittico di Wuhan, come inizialmente si era creduto.

Ma come fanno in Cina?

Come faranno a mettere su una struttura del genere, in poco più di una settimana? In situazioni di emergenza, il Governo cinese può superare con agilità ogni vincolo burocratico e convogliare sull’obiettivo ogni risorsa finanziaria e umana di cui c’è bisogno. Le autorità hanno ordinato a quattro ditte di costruzione di lavorare senza sosta, giorno, notte e anche durante le vacanze del Capodanno cinese, per costruire il centro medico. Si tratta di società gestite direttamente dallo Stato: Construction Third Engineering Bureau, Wuhan Construction Engineering Group, Wuhan Municipal Engineering Design and Research Institute e Wuhan Hanyan Municipal Construction Group.

E poi non è la prima volta che in Cina accadono cose del genere: nell’aprile 2003, in piena epidemia Sars, fu costruito un altro ospedale da mille posti letto, nei dintorni di Pechino. Per costruirlo ci misero sette giorni di lavoro h24. Ma da allora sono passati diversi anni e i passi avanti nel campo dell’ingegneria e dell’architettura sono stati enormi. Quindi, la sfida ufficiosa è fare meglio dei dieci giorni della consegna dei lavori, superare il record del 2003 e impiegare sei giorni.

Ma in Cina, la macchina dell’emergenza si muove su più livelli e, oltre ai mezzi pesanti per la costruzione dell’ospedale, è stata mobilitata anche una capillare rete di produzione e distribuzione di medicinali, attrezzature sanitarie e altri generi di aiuti. Parliamo di qualcosa come 100mila indumenti protettivi al giorno, che è solo una tra le voci degli altri beni distribuiti. E poi ci sarà bisogno del personale competente: nel 2003, nell’ospedale anti sars di Pechino, furono trasportate d’urgenza circa 1200 persone, tra medici, infermieri e tutte le altre figure professionali necessarie per il funzionamento di una struttura simile.

Il nuovo Ospedale Wuhan Huoshenshan occuperà una superficie di 25mila metri quadrati nel distretto di Caidian, nella parte occidentale di Wuhan, e sarà completamente dedicato alla cura dei pazienti affetti da coronavirus. Giusto per farsi un’idea, i Policlinici di Roma e Napoli hanno 1200 posti letto ciascuno. A proposito, a Wuhan si trova anche il National Biosafety Laboratory dell’Accademia Cinese delle Scienze, un avanzatissimo laboratorio dedicato allo studio degli agenti patogeni più pericolosi del mondo, tra cui il virus Ebola ma, a onor del vero, centri di ricerca del genere si trovano anche in Italia. L’ospedale di Wuhan aprirà il 3 febbraio e il governo locale sta inoltre costruendo una seconda struttura più grande, che si chiamerà Leishenshan Hospital. Secondo quanto riferito da China Daily, il termine dei lavori è fissato tra 15 giorni.

Cantieri da una parte all’altra del mondo. E della storia dell’arte

Umberto Boccioni rimase talmente impressionato dai cantieri che vedeva dal balcone della sua casa di Milano, che realizzò quella che sarebbe diventata l’immagine manifesto non solo del Futurismo ma anche del mito della modernità, cioè La città che sale, attualmente al MOMA di New York.

Umberto Boccioni, La cittĂ  che sale, 1910

Chissà cosa avrebbe disegnato in questa occasione, trovandosi magari proprio in Cina davanti a un ospedale da mille posti, comparso nel paesaggio urbano da un giorno all’altro. Noi osservatori non possiamo che provare sensazioni simili – pur con le dovute differenze stilistiche – al cospetto delle fotografie aeree delle ruspe in azione sul sito giorno e notte, che stanno facendo il giro del mondo. A ennesima dimostrazione di una sensibilità visiva di certo mediaticamente sovraeccitata ma, forse, anche più sensibile alla forma.

Boccioni, con le sue pennellate filamentose, voleva esprimere un dinamismo avventuroso e focoso, come del resto si addiceva a quegli anni di inizio secolo. Invece, ben più tranquille, con il loro gran corpo dalle linee semplici, nette, rigorose, le 200 ruspe al lavoro restituiscono l’impressione di un sistema nervoso iper diffuso, perfettamente sincronizzato, pronto a contrastare qualunque emergenza. Si può parlare di una estetica da gestione del rischio? Chissà. Nel frattempo, il Governo ha chiuso diverse sezioni della Grande Muraglia e proibito l’accesso alla Città proibita, i due monumenti più simbolici della Cina, oltre ad aver imposto restrizioni sugli spostamenti in tutta la regione dello Huabei: 60 milioni di persone, ferme nelle loro case.

Superstuff, Umarell

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