«Quando furono vicini all’accampamento, Mosè vide il vitello e la gente che danzava. Allora, pieno di collera, buttò via le tavole e le spezzò ai piedi della montagna. Poi prese il vitello che avevano fatto, lo gettò nel fuoco e ridusse in polvere quel che restava. Mescolò quella polvere nell’acqua e la fece bere agli Israeliti», Es. 32: 19-20.
La distruzione dei simulacri ha origini profonde, antropologiche, che penetrano fin dentro le nostre viscere. Giacché la valenza delle immagini fisiche, come Hans Belting lucidamente ci riferisce, risiede nel collegamento imprescindibile con le immagini mentali che da esse, come conseguenza, si formano. Pertanto la distruzione violenta del medium pubblico, la statua per esempio, vorrebbe cancellare la presenza simbolica dall’immaginario collettivo. Quando, infatti, ci si scaglia con rabbia feroce verso i monumenti del passato, anche se in maniera anacronistica, si è animati da un impulso di rivalsa sociale che agisce per un annichilimento della vecchia concezione: «Le immagini ufficiali, intese a imprimersi nella mente collettiva, hanno innescato l’iconoclastia come una pratica di liberazione simbolica».
Ciò che sta interessando il mondo dopo il brutale omicidio di George Floyd, riguarda una fondamentale questione che ci proietta con vigore nel prossimo futuro. La distruzione della statua celebrativa di Edward Colston, schiavista e filantropo, a Bristol, e tutti gli altri atti iconoclastici che si sono moltiplicati in tutto il pianeta – e anche in Italia, come nel caso della statua di Indro Montanelli, peraltro già colpita nel 2019 – a seguito delle proteste antirazziali che hanno interessato gli Stati Uniti, aprono una prospettiva nuova che interessa le masse e il loro ruolo per la costruzione dell’avvenire.
La foga distruttrice si è concentrata verso ciò che è istituzionale ed è rappresentativo di una condizione omogenea, conservatrice. La rabbiosa rivolta vede il razzismo come la punta dell’iceberg di un problema molto complesso che scaturisce dalle relazioni sociali, dalle opportunità, dal rapporto uomo a uomo.
«Da una situazione di predominio culturale dell’Occidente, ci incamminiamo verso un universo sempre più plurale, verso una globalizzazione planetaria della cultura», per citare José Jiménez. Invece, i simulacri abbattuti in questi giorni difendono un legame strettissimo con la cultura predominante che si caratterizza per un’identità assoluta. Un’egemonia, questa, che si struttura sull’unilateralità della propria visione e si afferma con supremazia sull’alterità, attraverso una costruzione identitaria che ha necessità, per ragioni di sopravvivenza, di mostrarsi superiore all’altro, al diverso. Circostanza individuabile anche tra “pari” all’interno del sistema socio-culturale di riferimento, già strutturato sulle forti disuguaglianze. Un’identità assoluta che si alimenta del pregiudizio imposto e costruito dalla cultura dominante tramite i suoi simboli culturali.
L’abbattimento delle statue, quindi, significa scardinare il sistema prevalente, che si sta dimostrando inefficace nella gestione dei conflitti sociali. Si sta chiedendo con forza un cambiamento collettivo radicale e necessario, particolarmente in quelle democrazie che hanno sterzato in maniera netta verso l’autoritarismo e dove si tende ad acuire, tramite le scelte politiche, la divisione tra i cittadini. Si sta chiedendo, in questi giorni duri, che le scelte di globalizzazione non siano solo economiche e a discapito di molti, ma siano principalmente culturali e tendano alla pluralità e all’uguaglianza. Perché la storia ci insegna che non è il popolo, quella massa informe ed eterogenea, a scegliere a chi innalzare un simulacro, prerogativa, questa, del potere. Ma è il popolo, a volte, a decidere chi buttare giù, sia esso statua, sistema o persona. Questo sì che è un suo diritto, una sua prerogativa.
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