Categorie: Attualità

Gli Epstein Files stanno rivelando legami torbidi con il mondo dell’arte USA

di - 3 Febbraio 2026

Di fronte alla pubblicazione dei nuovi Epstein Files da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, l’attenzione mediatica si è concentrata soprattutto sui legami del finanziere con il potere politico, economico e tecnologico. Ma tra le migliaia di pagine ora consultabili emerge con sempre maggiore chiarezza anche un altro versante, meno esplorato ma tutt’altro che marginale: quello dei rapporti di Jeffrey Epstein con il mondo dell’arte statunitense.

I documenti restituirebbero l’immagine di un sistema di relazioni strutturate con collezionisti, musei, fondazioni, artisti e istituzioni formative. Oltre ad aggiungere nomi nuovi, gli Epstein Files sembrano mettere in evidenza una questione strutturale: la vulnerabilità del sistema dell’arte quando il prestigio, la filantropia e la disponibilità economica diventano criteri sufficienti per l’accesso e la legittimazione.

Leon Black

Come evidenziato da Artnews, uno degli snodi centrali di questa rete è il rapporto con Leon Black, tra i più importanti collezionisti statunitensi e a lungo presidente del consiglio di amministrazione del Museum of Modern Art di New York. I file confermano come Epstein abbia svolto un ruolo attivo di consulenza finanziaria e di intermediazione anche in operazioni legate al mercato dell’arte, comprese acquisizioni di altissimo profilo, come una scultura di Pablo Picasso da oltre 100 milioni di dollari, in transazioni che coinvolgevano anche la Gagosian Gallery. La vicenda ha già avuto conseguenze istituzionali rilevanti, portando Black – che in passato è stato contestato da vari artisti, tra cui Michael Rakowitz, ed era stato già accusato di violenze sessuali nel 2023 – a dimettersi dal suo ruolo di CEO alla Apollo Global Management e ad abbandonare la presidenza del MoMA, pur restando trustee.

Accanto ai grandi collezionisti, i documenti restituiscono un quadro inquietante dei rapporti con figure di primo piano del sistema culturale e artistico. Scambi di email mostrano contatti con Steve Tisch, collezionista e produttore cinematografico, e con Jean Pigozzi, noto per la sua collezione di arte contemporanea africana. In entrambi i casi, le comunicazioni – pur non configurando responsabilità penali – rivelano un clima di complicità e leggerezza e che gli stessi protagonisti hanno definito, a posteriori, motivo di rammarico.

Jean Pigozzi

Il coinvolgimento del mondo dell’arte emerge anche sul piano più strettamente istituzionale. Dal 1987 al 1994 Epstein è stato membro del consiglio della New York Academy of Art, un ruolo che gli ha garantito la possibilità di avere rapporti diretti a giovani artisti e studenti. È proprio in questo contesto che si colloca la testimonianza di Maria Farmer, allora studentessa, che denunciò già negli anni Novanta gli abusi subiti da lei e dalla sorella, senza che le istituzioni intervenissero in modo efficace. Un fallimento sistemico che ha costretto l’Accademia, solo anni dopo, a rivedere le proprie politiche di governance e tutela.

Per il momento dai file non sembrano emergere rapporti continuativi con artisti affermati. Secondo quanto emerso, pare ci siano stati contatti diretti con il solo Jeff Koons per accordare una visita nel suo studio, insieme a Woody Allen. Un’email del 2013 mostra anche che Koons avrebbe corrisposto direttamente con l’assistente di Epstein, per confermare la sua partecipazione a una cena.

Neri Oxman

Un’altra figura coinvolta è l’artista e designer Neri Oxman, finita al centro delle polemiche già nel 2019 per i suoi rapporti con Epstein, emersi dopo la rivelazione di un dono – una biglia stampata in 3D – che l’artista gli avrebbe fatto in seguito a una donazione di 125mila dollari al suo laboratorio di design nel 2017. Oxman ha successivamente preso le distanze da quell’episodio, scusandosi pubblicamente: «Mi pento di aver ricevuto fondi da Epstein e mi scuso profondamente con i miei studenti per il loro coinvolgimento involontario in questa vicenda».

D’altra parte, la collezione di Epstein, spesso descritta come disomogenea e priva di un vero progetto, includeva principalmente lavori di autori minori, pur se con un certo impatto simbolico, come Parsing Bill di Petrina Ryan-Kleid, un ritratto di Bill Clinton in abiti femminili.

Un altro capitolo rilevante riguarda il sistema delle donazioni e delle fondazioni. Epstein ha finanziato per anni il MIT Media Lab, contribuendo indirettamente a progetti che intrecciavano tecnologia, arte e design, e ha frequentato ambienti legati alla produzione culturale d’avanguardia. Le scuse pubbliche e le dimissioni dei dirigenti coinvolti hanno segnato uno spartiacque ma i file mostrano quanto a lungo queste relazioni siano state quotidiane.

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