Nei primi giorni di febbraio 2026, il critico d’arte Sebastian Smee è stato licenziato dal Washington Post, una notizia che desta scalpore non tanto per la sua eccezionalità – i grandi quotidiani occidentali da anni riducono personale e risorse – quanto perché riapre una questione più ampia: quale spazio resta oggi alla critica d’arte nei quotidiani generalisti?
Smee, critico australiano vincitore del Pulitzer per la Critica nel 2011 e da oltre otto anni figura di riferimento nel giornalismo d’arte contemporanea, ha lasciato il Post nell’ambito di un massiccio piano che, secondo le ricostruzioni della stampa statunitense, ha interessato oltre 300 posizioni, colpendo in modo trasversale diverse sezioni. Vittime dei tagli non solo critici e redattori, ma anche l’intero staff di fotografi in-house, figure che a lungo hanno rappresentato l’ossatura visiva – e culturale – della narrazione giornalistica.
La traiettoria professionale di Smee attraversa decenni di scrittura d’arte, dai quotidiani nazionali come The Australian o The Boston Globe fino alla sua più recente esperienza al Washington Post, unitamente a diverse pubblicazioni, come Paris in Ruins: Love, War, and the Birth of Impressionism (2024), un libro che attraversa la storia dell’arte con attenzione alle tensioni sociali e alle narrazioni estetiche. La sua rubrica al Post, Great Works, in Focus, era uno spazio in cui opere presenti nelle collezioni permanenti statunitensi venivano scomposte, ricomposte e interpretate in relazione alla loro eredità culturale e alla loro presenza nella contemporaneità.
«Sono profondamente grato per gli otto meravigliosi anni trascorsi al Washington Post», ha dichiarato Smee in una dichiarazione alla testata Hyperallergic. «Mi dispiace per tutti i miei brillanti colleghi, in tutta l’azienda, che hanno perso il lavoro. E auguro a coloro che rimangono solo il meglio».
Jeff Bezos, proprietario del giornale dal 2013, ha ribaltato soprattutto nel corso degli ultimi anni la linea editoriale di una delle testate più autorevoli degli Stati Uniti, schierandosi con Trump e perdendo credibilità e lettori. Un processo probabilmente cominciato nel 2024, quando il giornale ha scelto di non esprimere per la prima volta il proprio endorsement, generando la perdita di centinaia di migliaia di abbonati. The Atlantic ha scritto: «Come Jeff Bezos ha distrutto il Washington Post». In un post su X dello scorso febbraio, che annunciava un radicale cambiamento nella sezione opinioni, Bezos scriveva: «Scriveremo ogni giorno a sostegno e difesa di due pilastri: le libertà personali e il libero mercato. Tratteremo anche altri argomenti, naturalmente, ma i punti di vista contrari a questi pilastri saranno pubblicati da altri». Si rimanda, per approfondire, a un articolo della Columbia Journalism Review in merito.
I licenziamenti nella sezione di Arts and Entertainment nell’ambito del ridimensionamento del Washington Post non rappresentano un episodio isolato: secondo quanto riportato dal New York Times, i tagli in corso avrebbero colpito più di 300 dipendenti su un totale stimato di circa 800, includendo soprattutto sezioni come Books, Sports e desk internazionali, in quello che The Guardian ha definito un “bagno di sangue”. Marty Baron, direttore del Washington Post fino al 2021 e giornalista fra i più importanti del Paese, ha criticato duramente la decisione in un lungo comunicato in cui ha menzionato più volte Bezos parlando di «uno dei giorni più bui nella storia di una delle più grandi testate giornalistiche del mondo».
Per comprendere l’entità del fenomeno, è utile interrogarsi sulle ragioni dichiarate dalla stessa dirigenza: se da un lato si parla di necessità di rendere sostenibile la macchina editoriale di una grande testata quotidiana, dall’altro è evidente come politiche di investimento e modelli di monetizzazione dei contenuti digitali stiano spingendo sempre più verso produzioni che privilegiano numeri e clic piuttosto che un approfondimento di qualità. Un fenomeno che non riguarda soltanto l’arte, ma investe l’intero raggio dell’informazione culturale: opere, mostre, libri, film, performance; tutte categorie che richiedono contesti interpretativi e lessici articolati per essere comprese e valutate. La domanda che sorge spontanea è allora questa: può un quotidiano generalista preservare, dentro dinamiche di mercato e di accelerazione digitale, spazi adeguati per una critica culturale di alto profilo?
La critica d’arte, nelle sue forme più compiute, non è un’attività accessoria alla cultura ma una pratica di lettura e di ricodifica che intreccia esperienza visiva e contestualizzazione sociale. Non a caso, in ambiti specialistici si discute spesso di un deficit di riflessione critica all’altezza del presente: mentre mercati, aste e fiere dominano l’attenzione pubblica, la scrittura critica sembra trovare sempre meno spazio in grandi testate generaliste e più terreno nelle pubblicazioni indipendenti o nelle riviste specialistiche. Tra la necessità di costruire credibilità e quella di sfuggire a narrazioni conformiste imposte dal mercato, il rischio è di lasciare la scena a voci più reattive ma meno approfondite.
Le reazioni al licenziamento di figure come Smee hanno portato molti colleghi a esprimere pubblicamente il proprio disappunto. A questo si aggiunge un sentimento crescente di diffidenza nei confronti delle decisioni prese da enti proprietari di grandi testate: se un quotidiano può ridurre drasticamente la sua capacità di analisi culturale, a quale pubblico si rivolge realmente e con quale idea di “servizio pubblico”? Questo interrogativo rimbalza nelle conversazioni editoriali e nelle analisi di settore.
Più che un semplice licenziamento, la fine della collaborazione tra Sebastian Smee e il Washington Post costituisce un punto di osservazione su come i grandi media stanno ricalibrando il loro rapporto con la cultura. La sfida non riguarda soltanto le condizioni di lavoro o la sostenibilità dei modelli editoriali, ma il senso stesso di una critica che possa continuare a essere strumento di visione e non mera appendice di un’informazione frammentata.
Il Museo Mambo di Bologna apre alle pratiche multisensoriali di John Giorno, tra parola e ambiente, voce e spazio d’ascolto,…
Il codice miniato appartenuto alla dote di Ippolita Maria Sforza riaffiora dopo secoli e va in vendita da Il Ponte.…
Dal Botero monumentale al San Giovanni Battista di Caravaggio, fino alle immagini di Magnum America e Wildlife Photographer: tutte le…
La DG Creatività Contemporanea pubblica il bando dell'Italian Council 2026: 2,7 milioni di euro per sostenere artisti, curatori e critici…
Alla Galleria Fumagalli di Milano, una mostra mette in relazione le opere di Jannis Kounellis e Andy Warhol, tra ritualità,…
Ha inaugurato qualche giorno fa e proseguirà fino al prossimo 8 marzo la mostra che Le Galeries Bartoux - Matignon…