La Biennale di Venezia è uno dei dispositivi culturali più rilevanti a livello internazionale: un luogo in cui si definiscono visioni, gerarchie e direzioni del contemporaneo. In questa 61ª edizione il tema dichiarato è quello dell’inclusione delle differenze e, tuttavia, proprio dentro questo orizzonte, si rende evidente una contraddizione: l’esclusione di fatto degli artisti italiani, non solo dal programma principale ma anche dalle mostre collaterali.
È un cortocircuito che non può essere ridotto a una scelta curatoriale. È una questione strutturale, che denuncia un’economia che è sempre politica e che banalmente ci fa dire di vivere tempi bui. Questo cortocircuito accade nel Paese che ospita, sostiene e rende possibile la Biennale. Accade dentro un sistema che, mentre si apre globalmente, sembra non riuscire a posizionare se stesso, a essere una reale parte del dialogo. Da quale retaggio nasce questa dinamica?
Nel momento in cui la produzione artistica si ridistribuisce su scala globale, l’Italia appare trattenuta da una forma di pudore, o forse di rimozione: una difficoltà a riconoscersi come soggetto attivo, contemporaneo, strategico. A questo si accompagna una fragilità più profonda: l’assenza di una politica culturale, soprattutto economica, chiara, che si occupi non solo del passato, ma che sia concentrata sul presente, sul destino dell’arte all’interno del panorama culturale ed economico internazionale, che non può avvalersi solo del lavoro degli artisti ma che ha bisogno di concentrarsi su un dinamismo finanziario e curatoriale non solo esterofilo. Il rischio, capiamo bene, è quello di restare intrappolati in un cliché: un Paese che custodisce ma non produce, che accoglie ma non si afferma, che ospita il contemporaneo senza riuscire a prendere posizione.
Da quando è uscita la notizia mi sono confrontata con una serie di amici artisti e curatori e tutti, benché scontenti, faticavano a prendere una posizione attiva e alcuni difendevano un fallimento come gradino da cui partire. Il motivo di questa fatica riguarda due fattori principali: la paura di perdere ciò che si è costruito a livello relazionale, che ancora appare vischiosa di umori e da cui dipende la parte della pratica lavorativa — dunque le occasioni di mostra, di vendita, di visibilità — e la paura di essere sconfitti in partenza, anzi di essere già sconfitti da ieri – che è una forma di deresponsalizzazione profondissima a mio avviso – unita al fatto di essere guardati -da chi poi?- come persone che esprimono un livore personale perché non sono state scelte, e non come operatori di un settore da sviluppare dove è imprescindibile la partecipazione a un orizzonte di possibilità che determina il loro stesso lavoro.
Capiamo quindi come questa situazione non sia un incidente: è una conseguenza che diventa una scelta e, dispiace dirlo, da ambo le parti. Sono sempre stata un’artista indipendente, non ho mai applicato per la Biennale, quindi non ho interessi personali in questa circostanza. Ma la Biennale fa parte anche del mio orizzonte di possibilità artistica, di confronto, di cui mi nutro in questo Paese — Paese dove vivo, di cui parlo la lingua che mi esprime e mi determina — ed è la grande identità sottesa che mi permette poi di andare nel mondo con un afflato internazionale e identitario. Non ho interessi personali sulla questione in senso stretto e, ripeto, non è una questione di livore — lo ridico per eliminare qualsiasi retropensiero a riguardo — ma quello che succede non solo è impossibile non nominarlo, è impossibile anche non rispondere con la verità dei fatti, di cui certo faccio parte anch’io.
Nella scelta fatta dalla curatrice — poi scomparsa anzitempo — e dai curatori in seguito, mi chiedo quanti studi di artisti italiani siano stati visitati. Parlo della biografia delle opere in senso più manifesto e quindi, proprio, di studi di artisti visitati; di fondazioni che prevedano, nella distribuzione delle varietà delle provenienze e degli stili di cui dicevamo, anche un’attività che riguardi l’attenzione a questo Paese con le sue risorse da far circolare.
Il rischio è quello di ridurre l’orizzonte di possibilità di un sistema che è, rimane e si rilancia tanto interessante quanto più sa mantenere il suo grado di complessità, che prevede non l’assestamento ma la continua riformulazione delle visioni e delle strategie che danno possibilità di sviluppo all’identità di un artista, che ha come obbligo quello di rimanere sveglio su questo addormentamento globale. E l’addormentamento globale avviene proprio con le dinamiche che abbiamo appena visto e che desertificano le possibilità centimetro dopo centimetro, senza che noi ce ne accorgiamo come fatto grave. Ma grave lo è.
Ci sono dei luoghi che ho ritenuto sempre pieni di vigilanza, sempre svegli: sono luoghi contro il sonno, rivoluzionari, e questi sono gli studi degli artisti. Non sono semplicemente stanze di lavoro. Sono camere di trasformazione, riformulazione, ecosistemi, mondi, luoghi magici, simbolici, iperbolici, irripetibili, veri sistemi solari, officine di visioni, rimescolamenti della materia di cui il mondo è fatto, pieni magnetismo, materiali, cicli di crescita, opere e tempi paralleli che non esisterebbero altrimenti.
Se il sistema dorme, l’arte veglia sempre negli studi, questi luoghi di gestazione, questi interni del mondo che sono dei veri e propri paesaggi di lavoro, ossia la fonte primaria di un’economia di cui quella finanziaria è l’altra parte del dialogo. Ho pensato che, in questi tempi bui, non fosse la piazza ciò che bisognava occupare, anche se la piazza rimane il fatto più politico della civiltà, e la voce dei curatori rimane l’impianto etico ed economico di congiunzione in cui questo confronto esprime le sue paralisi e i suoi movimenti. All’interno di questa situazione, quello che ho pensato di poter fare io come artista, e altri artisti con me, è, per ritornare a luogo del discorso, un’azione contro il sonno: quando tutti i giochi della Biennale sono conclusi, tutti i bicchieri sono stati bevuti, tutte le feste, le mostre, le relazioni, gli incontri hanno fatto ciò che dovevano, la proiezione notturna dell’interno studi degli artisti sull’esterno dei palazzi di Venezia, sulle facciate. Mettere dunque un interno lavorativo in un esterno, reincludere il lavoro nell’opera, il luogo all’ovunque dell’opera, potremmo dire rimettere il moto a luogo.
E così immagino le proiezioni fatte sulle facciate dei palazzi sul canale che si illumina di notte, come una grande apertura di una mostra notturna, più segreta e più silenziosa, una studio visit mancata che apre il suo tempo interno luminoso e oscuro nella notte quando tutti dormono. C’è una frase che mi accompagna e dice: «Sentinella, a che punto è la notte?»
La Biennale di Venezia mostra un’iperbole e un paradosso. Quando queste cose collassano c’è bisogno non di farsi andare bene lo stato delle cose dicendo che così va il mondo, ma di riprendere quelle cose dal loro fondamento e, come si dice in un’altra disciplina, dal loro codice sorgente, e quindi dalla loro impresa.
Gli studi degli artisti sono il luogo dell’impresa, sono l’opera che non smette di operare mai. Neanche quando la politica e l’economia dormono. Neanche quando ci sono tempi bui. Rischiariamoci e rischiariamoli con il lavoro.
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