Categorie: Attualità

Se l’impegno diventa un problema: il caso Nan Goldin all’Art Gallery of Ontario

di - 26 Gennaio 2026

Il caso che ha coinvolto Nan Goldin e l’Art Gallery of Ontario potrebbe diventare uno degli episodi più emblematici – e amari – del rapporto sempre più contraddittorio tra istituzioni culturali e libertà di espressione artistica. Uno strascico prevedibile – e per questo ancora più inquietante – di quella celebrazione del coraggio tanto spesso chiamata in causa quando si parla di “arte impegnata”, salvo poi dissolversi quando l’impegno diventa concreto, scomodo, politicamente esposto.

La vicenda parte da Stendhal Syndrome (2024), un video di Goldin costruito a partire da diapositive in 35mm: immagini sfocate di corpi seminudi, frammenti di scultura classica, una riflessione sensibile e stratificata sulla percezione, sulla bellezza e sull’eccesso emotivo evocato dal cosiddetto “sindrome di Stendhal”. Un’opera che, nei contenuti, non affronta in modo diretto né Israele né la guerra a Gaza. Non infatti il lavoro in sé a costituire il casus belli, quanto il posizionamento pubblico dell’autrice.

Il progetto prevedeva infatti un’acquisizione congiunta da parte dell’Art Gallery of Ontario, della Vancouver Art Gallery e del Walker Art Center di Minneapolis. Gli ultimi due musei hanno confermato l’acquisto e la prima, invece, si è sfilata. Secondo quanto emerso da un memo interno trapelato alla stampa canadese, il comitato acquisizioni dell’AGO ha votato contro l’opera – con un esito risicato – non per ragioni legate alla qualità o alla pertinenza del lavoro ma per alcune dichiarazioni pubbliche di Goldin sulla atrocità commesse da Israele contro la popolazione civile di Gaza e della Palestina.

Il punto di rottura risale al 2024, durante l’inaugurazione della sua mostra alla Neue Nationalgalerie di Berlino. In quell’occasione, Goldin aveva parlato apertamente di genocidio riferendosi a Gaza, denunciando quella che a suo avviso è una sistematica rimozione del tema nello spazio pubblico tedesco e internazionale. Da artista ebrea, aveva inoltre criticato l’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo per silenziare ogni forma di critica alla politica dello Stato di Israele, sottolineando come questa sovrapposizione finisca per indebolire la lotta contro il vero antisemitismo.

Parole che, all’interno del comitato dell’AGO, hanno prodotto una frattura netta. Alcuni membri le hanno giudicate offensive e antisemite. Altri hanno sostenuto che rifiutare un’opera per le opinioni politiche dell’artista equivalesse a una forma di censura. Il direttore e CEO Stephan Jost, in un documento interno, ha ammesso che «Le posizioni politiche personali sono entrate nel dibattito», precisando che questo non dovrebbe mai accadere nei processi di acquisizione museale.

Le conseguenze non si sono fatte attendere. John Zeppetelli, curatore senior per il moderno e contemporaneo e sostenitore dell’acquisizione, ha rassegnato le dimissioni dal suo incarico, pur restando temporaneamente legato al museo come guest curator. Anche due membri volontari del comitato acquisizioni hanno lasciato i loro ruoli. L’istituzione ha annunciato una revisione dei propri processi decisionali, affidata a un consulente esterno in governance, nel tentativo di “resettare” le procedure future.

Ma il danno è già stato fatto. Perché ciò che emerge con chiarezza, oltre al conflitto interno in una istituzione, è un clima di potenziale autocensura che serpeggia nel sistema dell’arte occidentale, quando il discorso esce dal suo perimetro rassicurante. Goldin stessa ha parlato di un effetto «Agghiacciante», non tanto per il suo caso, ormai pubblico, quanto per tutti quegli artisti e curatori che vengono silenziati lontano dai riflettori, per paura di ritorsioni economiche o istituzionali.

Non è un episodio isolato. Già nel 2023 l’AGO aveva visto l’uscita di Wanda Nanibush, curatrice di arte indigena, dopo polemiche legate alle sue posizioni sulla Palestina, seguita a distanza di pochi mesi da un’altra figura curatoriale dello stesso dipartimento. Bisogna poi ricordare che il Canada ha ufficialmente riconosciuto lo Stato di Palestina, il 21 settembre 2025, insieme a Paesi come il Regno Unito e l’Australia, come parte di un’iniziativa diplomatica volta a sostenere una soluzione a due Stati e una pace duratura tra israeliani e palestinesi. E nel frattempo, Stendhal Syndrome è visibile al pubblico alla Vancouver Art Gallery.

La domanda, a questo punto, non riguarda più solo Nan Goldin. Riguarda l’idea stessa di istituzione culturale nell’epoca contemporanea. A chi giova un’arte edulcorata, depoliticizzata, resa innocua per non disturbare equilibri di potere, finanziamenti, alleanze? Ha senso continuare a invocare il valore civile dell’arte, se poi, quando quell’impegno si manifesta davvero, viene percepito come un rischio da neutralizzare?

Il caso di Goldin smette di essere una controversia settoriale e diventa uno specchio. Non tanto dell’artista, che da sempre mette in gioco il proprio corpo, la propria biografia e le proprie convinzioni – come nel caso della filantropia tossica dei board dirigenziali dei musei – quanto delle istituzioni che celebrano l’arte fino a quando rimane simbolo, per poi rifiutarla quando esprime realmente la propria voce.

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