National Museum of American History: Kenneth E. Behring Center
Nella ormai lunga querelle tra l’amministrazione Trump e lo Smithsonian Institution, un nuovo capitolo si apre all’ombra della cultura pop americana. Stavolta nel mirino della Casa Bianca è finita Entertainment Nation, mostra permanente del National Museum of American History di Washington, inaugurata nel 2022, che racconta l’impatto dell’industria dell’intrattenimento sulla vita pubblica degli Stati Uniti.
La mostra, attraverso un’ampia collezione di oggetti, dalle scarpette rosse di Dorothy del Mago di Oz ai costumi dei robot di Star Wars, dall’iconico cortometraggio d’animazione Steamboat Willie agli stivali della cantante Selena Quintanilla, fino a manifesti circensi del primo Novecento, traccia un racconto complesso e talvolta scomodo dell’identità statunitense. E proprio questa complessità è oggi sotto accusa da parte di un governo che sembra voler ristabilire un’epica – più che una narrazione –univoca e priva di incrinature.
Tra gli oggetti incriminati, una didascalia su Topolino, che richiama le radici del personaggio nella tradizione minstrel, ovvero nei travestimenti caricaturali dei bianchi con il volto dipinto di nero, e un pannello dedicato al ruolo culturale e politico di Selena – che morì giovanissima e drammaticamente nel 1995 – nel dare voce alla comunità latina. Non meno controversa, secondo l’Amministrazione, la frase accanto a un manifesto circense del 1923 che interpreta lo spettacolo itinerante come espressione dell’impulso coloniale americano.
A dare eco alle critiche è Lindsey Halligan, legale vicina all’Amministrazione, che ha dichiarato a Fox News: «Questa mostra è parte del problema che intendiamo risolvere. Presentare la cultura americana come intrinsecamente razzista, violenta o imperialista è una distorsione che tradisce la grandezza della nostra nazione». La Casa Bianca avrebbe dunque avviato un riesame delle attività dello Smithsonian coinvolgendo i suoi massimi dirigenti e il Consiglio di Reggenza, l’organo che dal 1846 supervisiona l’istituzione.
Lo Smithsonian ha risposto ribadendo il proprio impegno verso una «Ricerca rigorosa e imparziale» e affermando che i contenuti museali verranno sottoposti a revisione per assicurare il rispetto degli standard istituzionali. Ma la pressione politica appare sempre più esplicita. Dopo la rielezione di Donald Trump, lo Smithsonian ha già dovuto affrontare momenti critici: la chiusura degli uffici DEI – Diversità, Equità e Inclusione a gennaio, un ordine esecutivo a marzo che impone l’eliminazione di contenuti considerati «Divisivi o antiamericani», e il controverso allontanamento a maggio della direttrice della National Portrait Gallery, Kim Sajet.
Pur non essendo formalmente un ente federale, lo Smithsonian dipende in larga parte dal finanziamento pubblico – circa due terzi del suo budget annuale, pari a un miliardo di dollari – e questo lo rende vulnerabile alle influenze politiche. La tensione attuale, tuttavia, si spinge oltre i meccanismi di bilancio, per toccare il cuore stesso della missione museale: chi ha il diritto di raccontare la storia americana? E quale storia si intende raccontare?
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