I vigneti al Parco Archeologico di Pompei, ph. Francesco Cecconi
Al Parco Archeologico di Pompei la storia torna a essere coltivata. Non è una metafora ma un progetto concreto: oltre sei ettari di vigneti biologici e sostenibili all’interno dell’area archeologica e una cantina collocata nel perimetro di uno dei siti più iconici del patrimonio culturale mondiale. A promuoverlo è la partnership tra Feudi di San Gregorio e il Parco Archeologico di Pompei, in un’inedita alleanza pubblico-privata che assume come orizzonte non tanto il mercato quanto la dimensione culturale del vino.
Il progetto, presentato il 3 febbraio al Ministero dell’Agricoltura e che questa settimana ha fatto tappa all’Istituto Italiano di Cultura di Londra, si fonda su un assunto tanto semplice quanto denso di implicazioni: agricoltura e cultura condividono la medesima radice etimologica di “colere”, coltivare. Coltivare la terra ma anche lo spirito, la memoria, la comunità . In questa prospettiva, la viticoltura non è un’operazione accessoria rispetto alla tutela archeologica, ma un’altra modalità ulteriore di attivazione del patrimonio.
Come ha sottolineato il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, la visita tradizionale non esaurisce le possibilità di fruizione di un sito come Pompei. Agricoltura, didattica, concerti, attività sociali: non esistono gerarchie tra le forme di accesso alla storia ma una pluralità di pratiche capaci di riattivare il senso dei luoghi. In quest’ottica, la vigna diventa dispositivo culturale oltre che produttivo, strumento per intrecciare ricerca scientifica, sperimentazione agronomica e turismo di qualità .
Il contesto offre condizioni irripetibili: terreni di origine vulcanica rimasti intatti per quasi duemila anni, sui quali è possibile indagare e ripristinare tecniche agronomiche antiche grazie alla collaborazione con università e centri di ricerca. Non si tratta di una semplice rievocazione ma di un progetto che ambisce a fare di Pompei un laboratorio sul rapporto tra archeologia, vite e vino.
Per Antonio Capaldo, presidente di Feudi di San Gregorio, il vino è un elemento strutturale della cultura mediterranea e, più in generale, dell’esperienza umana: ovunque sia stato possibile coltivare la vite, lo si è fatto. La scelta dei Romani di piantare vigna in un territorio conquistato, prima ancora di costruire infrastrutture, racconta una volontà di radicamento e di futuro.
Anche sul piano scientifico l’iniziativa assume un valore paradigmatico. L’agronomo e docente Attilio Scienza ha definito Pompei e la Campania un modello interpretativo per l’intera viticoltura italiana: luogo di confine e di frontiera, in cui stratificazioni culturali e genetiche consentono di ricostruire, attraverso fonti storiche, letterarie e analisi del DNA, l’evoluzione delle pratiche viticole nel tempo. Ripristinare la viticoltura a Pompei significa ricomporre il rapporto originario tra pianta, paesaggio e comunità .
Il progetto, sostenuto anche dal Ministero della Cultura come esempio virtuoso di partenariato fondato sul Made in Italy e sul rispetto dei luoghi d’arte, si propone dunque come modello replicabile di integrazione tra tutela, sviluppo e responsabilità . Dopo Londra, il progetto farà tappa in altri Istituti Italiani di Cultura nel mondo.
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