Categorie: Beni culturali

Il caso dello Zanardi equestre: l’opera di Andrea Pazienza salvata dalla distruzione

di - 12 Gennaio 2026

È il 1984 e il Comune di Cesena commissiona ad Andrea Pazienza e ad altri tre artisti una serie di grandi pannelli dipinti destinati a coprire il cantiere di restauro della Fontana Masini, in piazza del Popolo. Interventi temporanei, pensati per accompagnare i lavori e restituire allo spazio urbano una dimensione visiva e narrativa. A distanza di un anno, a restauro concluso, quelle opere vengono smontate e distrutte dagli operai incaricati dello smantellamento della struttura lignea.

Di quel progetto sopravvive un solo pannello: lo Zanardi equestre, recuperato in frammenti e sottratto alla discarica grazie all’intervento di Riccardo Pieri, allora diciannovenne. Ricomposto e restaurato a sue spese, il dipinto – che rimane ancora oggi pieno di lacune visibili – diventa nel tempo una delle rare testimonianze materiali di quell’episodio. Ed è proprio questa sopravvivenza a trasformare oggi l’opera in un caso, riaprendo una questione che va ben oltre il singolo oggetto. Oggi, l’opera è esposta in una mostra temporanea al MAXXI dell’Aquila.

MAXXI L’ Aquila, Andrea Pazienza, Installation View. Photo Giorgio Benni Courtesy Fondazione MAXXI

Chi possiede ciò che era destinato a sparire?

Il nodo centrale, ricostruito di recente da un articolo pubblicato sull’edizione cesenate del Resto del Carlino, non è soltanto giuridico. Il dipinto fu commissionato e pagato dal Comune ma, allo stesso tempo, fu proprio il Comune a ordinarne la distruzione al termine dei lavori di restauro della fontana, pensando l’opera come un intervento effimero, privo di una prospettiva di conservazione: la distruzione rappresentava, per il Comune, la conclusione – forse sbrigativa, forse inconsapevole – di un progetto temporaneo. Pieri, che aveva collaborato con Pazienza alla realizzazione dell’opera insieme ad altri amici, era stato indagato per una presunta appropriazione indebita dell’opera da parte del nucleo dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, indagine archiviata dopo circa dieci mesi proprio perché senza l’intervento del ragazzo Zanardi equestre sarebbe oggi distrutta.

Sandro Turroni, ex senatore dei Verdi che in quegli anni era impiegato come funzionario al Comune di Cesena e che si mosse per coinvolgere Pazienza nel progetto, ai tempi si oppose fortemente alla distruzione delle opere. Per Turroni, il gesto di Pieri non legittima il diritto di proprietà di un’opera commissionata e pagata dal Comune, considerando che Pieri non ha ricevuto i frammenti direttamente dal legittimo proprietario di allora ma furono gli operai incaricati di smontare la recinzione ad averli consegnati alla madre del ragazzo.

L’interrogativo rimane al momento senza una risposta: il fatto che un’opera venga destinata alla distruzione, delegittima la titolarità di quest’ultima? Oppure la committenza pubblica mantiene un diritto anche su ciò che non ha saputo – o voluto – preservare? Il caso dello Zanardi equestre appare particolarmente interessante da questo punto di vista, perché, muovendosi fra gli interrogativi giuridici che ne determinano la proprietà, mostra come la tutela del patrimonio possa passare attraverso gesti individuali e informali.

La storia di quest’opera mette in luce una zona grigia della legislazione dei beni culturali, ancora poco regolata: quella delle opere temporanee, dei progetti pubblici effimeri, delle pratiche artistiche nate senza una vocazione alla durata. Rivendicare oggi la proprietà significa anche interrogarsi sulle responsabilità delle istituzioni nella conservazione dell’arte contemporanea. Allo stesso tempo, ridurre la vicenda a una semplice restituzione rischia di oscurare il punto più scomodo: senza l’intervento di Pieri, legittimo o meno che sia, quell’opera non esisterebbe più.

Andrea Pazienza. La matematica del Segno. MAXXI L’Aquila, Photo Giorgio Benni, Courtesy Fondazione MAXXI

Andrea Pazienza e il vuoto

Pazienza descrive Zanardi con queste parole: «La sua caratteristica principale è il vuoto. L’assoluto vuoto che permea ogni sua azione». Andrea Pazienza, morto nel 1988 a soli 32 anni, è stato una figura centrale della cultura visiva italiana tra anni Settanta e Ottanta. Fumettista e illustratore, ha messo su carta amori, guerre politiche, rivolte e conflitti interiori. Personaggi come Zanardi, Pentothal e Pompeo hanno dato voce a uno spaccato crudo e disilluso di quella generazione, rendendo Andrea Pazienza uno dei più grandi maestri del fumetto italiano.

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