Categorie: biennale 2007

biennale_padiglioni | La vecchia Europa

di - 30 Agosto 2007

Un clima da memento mori aleggia nei corridoi dell’Arsenale (la ricorderemo probabilmente come la Biennale dei teschi) non risparmiando nemmeno la fresca atmosfera dei Giardini. Tra veterani e nuove entrate, la vecchia Europa non si lascia intimidire, proponendo lavori convincenti e di contenuto. L’affollamento all’ingresso dei padiglioni ci aiuta a rilevare i gusti del pubblico biennalistico: quello tedesco tiene testa alle classifiche per tutta la durata dell’opening trasformando le insindacabili direttive dell’artista, Isa Genzken (Bad Oldesloe, 1948), e cioè il veto di accogliere nelle sale più di dieci-venti persone alla volta, in un’arma di attrazione dai prevedibili risvolti. Attese di un’ora e oltre mettono alla prova gli amanti dell’arte più convinti, inficiando il sospetto di un’astuta mossa di mercato che utilizza la folla come garanzia di successo. Eppure l’installazione riscatta gli infiniti minuti di attesa. Paradossalmente è quel senso di sospensione scaturito dallo scorrere del tempo a potenziare il fascino metafisico di cui si nutre Oil, (questo il titolo dell’opera), fornendo al pubblico un peculiare momento di pausa dalla confusione della Laguna. Un ambiente raggelato che non aspira a sedurre, ma a riflettere, sia in senso letterale -superfici specchianti lambiscono l’aria costringendo l’osservatore a un “tu per tu” che introduce e preannuncia il tema del viaggio interiore- che metaforico. Manichini neri vestiti di scafa ndri da astronauta galleggiano sulle teste, mentre trolley di ogni dimensione, da cui ci osservano inquietanti civette impagliate, investono il quotidiano di una dimensione iper-uranica. In uno scenario apocalittico post-atomico, di Kubrickiana visionarietà, bambole di plastica bruciacchiata e sagome di presenze inerti ricordano la vita che non è più. Inconsapevole omaggio al ready-made (qualche brutta fotocopia della Monnalisa in bianco e nero compare in un collage) e al turismo di massa, l’opera della Genzken estrae dal quotidiano la sua perturbante potenzialità scultorea, tingendola di sfumature fetish.
Nel dirimpettaio padiglione francese, un’altra presenza femminile coagula l’attenzione del popolo lagunare conquistando probabilmente il titolo di progetto più originale. Il lavoro di Sophie Calle (Parigi, 1953) aveva già destato curiosità per la maniera poco canonica in cui, secondo la cifra stilistica che le è propria, aveva scelto il curatore del padiglione servendosi di un annuncio pubblicato su vari giornali e riviste di settore.
Con questo gesto la Calle ha sollevato una provocazione per destabilizzare i rigidi meccanismi di funzionamento del mondo dell’arte, esercitando a pieno un diritto concesso da una decina di anni agli artisti francesi, quello di selezionare da sé il proprio curatore. La scelta è ricaduta non a caso sulla candidatura inaspettata di Daniel Buren, che oltre a essere francese di nascita, aver partecipato e vinto il Leone d’oro alla Biennale del 1986, essersi sempre impegnato a decostruire le relazioni tra arte e istituzione, è, come sappiamo, un artista. Il binomio artista-artista, scalzando quello artista-curatore, ha aperto questioni importanti sull’ingerenza alle volte troppo evidente della pratica curatoriale sull’opera esposta.
Il lavoro concepito dalla Calle, Prenez soin de vous, è una sorta di radiografia graffiante e divertita di una lettera di addio ricevuta da un amante. L’artista lascia che centosette donne, di diverse generazioni, esperienze e mestieri, si impadroniscano della missiva analizzandola, interpretandola e rispondendole ognuna a modo proprio.

Dalla danzatrice indiana alla cruciverbista, dalla semiologa alla chiaroveggente, passando per volti noti dell’arte (Laurie Anderson) e dello spettacolo (Luciana Littizzetto), l’artista sviluppa decine di alter ego pronte a misurarsi con una situazione (forse) reale e (a tratti) banale. Foto, testi, video si estendono per i muri del padiglione in un delicato e autoironico inno al femminile che si snoda come un’immensa bande dessinée dove il racconto conduce a un unico finale: Prenez soin de vous.
Meno ricco di contenuti, il padiglione spagnolo dimostra però carica, coraggio e vitalità. La scelta di due artisti e una coppia, José Luis Guerìn (Barcellona, 1960), Manuel Vilariño (La Coruña, 1952), Los Terreznos (Jaime Vallaure, Asturias, 1965; Rafael Lamata, Valencia, 1959) e Rubén Ramos Balsa (Santiago de Compostela, 1978), si allontana dall’inclinazione comune a omaggiare un’unica personalità affermata. Coinvolgendo registri d’espressione eterogenei, dalla fotografia al video, dalla performance all’installazione, il curatore del padiglione mette in piedi una mostra vera e propria, con tanto di tematica coesiva: Paradiso Spezzato. Si distingue in particolar modo il lavoro del giovane Balsa che, posizionando micro telecamere a circuito chiuso, svela i movimenti infinitesimali della superficie di un bicchiere d’acqua, oltre i confini del quale invita a spalancare gli occhi come un microcosmo di vita, percezioni e vibrazioni altrimenti sconosciuto.
Indubbiamente forte, dunque, la presenza dell’Ancienne Europe sul suolo lagunare. Voci eterogenee ma con un apparente denominatore comune: la riscoperta “delle piccole cose”.

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marta silvi

[exibart]


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