…ma che in realtà dimostrano come l’arte abbia cercato, almeno da Mondrian in qua, la bellezza nella semplicità e nella sintesi assoluta. Sulla semplicità già Plotino aveva fondato la sua teoria della bellezza, indicando come il bello tendesse all’Uno, ma la nota serie degli “Alberi” di Mondrian (1911-1915) appare quasi un manuale di questa aspirazione alla riduzione e rarefazione.
Trattando della ripetizione sarà facile citare, tra gli artisti che della iterazione e della riedizione di un messaggio hanno fatto una sorta di firma inconfondibile, i tagli di Fontana, gli alfabeti di Capogrossi, i graffi di Hartung ed interrompiamo qui un pedante esercizio di memoria, magari pensando alle sorprese che potrebbe nasconderci un confronto con l’arte antica (le arti decorative romaniche, gli angeli del Guariento o perfino le Madonne del Bellini bastino a stuzzicare l’appetito).
Battuto il sentiero sarà forse ora più agevole incamminarsi sulla via per comprendere meglio la scelta del commissario Zvonko Makovic di chiamare, a rappresentare la Croazia alla Biennale, un grande maestro storico come Julije Knifer. Nato a Osijek nel 1924, Knifer fu co-fondatore, nel ’59, del gruppo Gorgonia, che a Zagabria svolgeva una ricerca vicina a Fluxus.
Intorno al ’49-’50 l’artista prese uno specchio e cominciò ad osservare e riprodurre il proprio volto: ne fece oltre un centinaio, di autoritratti, poi comprese che la prassi di dipingersi ossessivamente si era in lui trasformata, superando l’intenzione figurativa e introspettiva: egli stava ormai dipingendo un ritmo o, meglio, una successione ritmica. Fu allora che nacque l’intuizione del meandro e da allora Knifer dipinge solo meandri, greche bianche o nere sul fondo opposto che costituiscono i frammenti di un’unica, interminabile opera. L’artista tiene a dichiarare di non aver mai dipinto un meandro uguale ad un altro.
In Knifer gli influssi della musica sono stati determinanti, Schonberg prima di tutti, ma negli anni ’60 l’ambiente artistico di Zagabria era assai all’avanguardia e seppe assimilare con entusiasmo musicisti come Stockausen, Cage, Nono, Lieti e Kagel, guardando con attenzione alle ricerche minimaliste americane.
Inutile chiedere a Knifer sviluppo o progresso, in lui si dovrà cercare invece l’eterna ed ininterrotta uguaglianza di una formula che cela un’altrettanto eterna mutazione e variazione. La forma del meandro, che costituisce il ritmo estremo (orizzontale-verticale-bianco-nero), rappresenta in fondo una somma contraddizione, la coincidenza dei concetti di uguaglianza e diversità.
Qualcuno potrebbe anche leggere in tutto ciò la perfetta sintonia con il messaggio di Szeemann (“Platea dell’umanità”), e leggere l’esposizione di Knifer come un invito politically correct alla riflessione sulla uguaglianza dei popoli nella diversità delle culture. Ma francamente apparirebbe una soluzione piuttosto limitante, giacché crediamo di trovarci a descrivere un’arte che nella sua universalità tende a superare d’un balzo qualsiasi tentativo di interpretazione, per puntare direttamente ad una dimensione spirituale. Il messaggio consiste, quasi crudemente, nella conoscenza e nella partecipazione all’armonia. E’ perciò che Knifer appare ancor oggi artista attualissimo: verticale-orizzontale, bianco-nero, la sequenza ritmica dei meandri ha un procedere assolutamente binario, determinato da fattori opposti, dall’alternanza di 1 e 0; nell’epoca di internet Knifer, in questo senso, può essere, a ragione, considerato un legittimo precursore di quella parte della ricerca artistica contemporanea che si ispira al linguaggio binario dell’elettronica.
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