Souvenir, ricordi, proiezioni che raccontano di luoghi carichi di presenze. Alessandra Andrini si pone sempre sulla soglia del reale ad un livello percettivo sospeso e straniato che s’identifica col mezzo stesso. Uno sguardo sulla realtà da lei stesso definito ‘antropologico’, come indagine nei luoghi pubblici e privati della contemporaneità, spazi di passaggio non più anonimi e asettici, ma vitali, gremiti di presenze e indagati, inoltre, attraverso spiazzamenti, dilatazioni visive, improvvise accellerazioni e stati sospensivi. L’intento è in ogni modo decontestualizzante perché l’artista preleva sequenze reali ma ne segnala tutto il potenziale micro-emotivo, s’insinua in contesti differenti e tra i personaggi che intervengono certificandone l’esistenza. Il mezzo fotografico, come il video, rende possibili tutta una serie di situazioni
Una seconda installazione con vedute parziali del Buckingham Palace, tali però da renderlo decifrabile, costituisce un gioco interattivo in quattro monitor distinti: basta azionare il mouse per provocare movimenti impercettibili, gesti superficiali, ‘messe in posa’; proprio la preordinata posa fotografica che ‘ferma’ il soggetto pronto per lo scatto si trasforma in uno scambio mutevole di passaggi con cui interagire. Andrini non solo inverte i rispettivi ruoli di spettatore/fotografo ma li condensa, li mescola in un unico processo dove tutti veniamo ad assumere lo stesso punto di vista. Come per Roland Barthes “il noema della fotografia è l’è stato“, sottolinea Mili Romano, così per l’artista l’istante catturato, fissato una volta per tutte e come tale non più ripetibile, diventa “l’è“: uno stato permanente che può espandersi o contrarsi in un flusso temporale continuo, tanto che basta ‘cliccare’ per riattivarlo.
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