Alexandro Ladaga e Silvia Manteiga, lui italiano e lei spagnola, sono un duo artistico che dal 1999 si muove tra video, suono, installazioni, performance, animazioni digitali e varie sperimentazioni. Il meglio lo hanno dato nella public art, con installazioni ambientali di forte impatto visivo a cui corrispondeva un altrettanto potente messaggio filosofico. In Italia è stata la volta di Eye Recorder (2001), per citare un esempio su tutti, dove una serie di giganteschi occhi osservava i passanti dalle colonne ottocentesche degli ex granai di Firenze, ribaltando così le parti tra lo spettatore e l’opera d’arte. Ed è sicuramente da ricordare Video Intimacy, presente al Padiglione Italia della Biennale di Venezia di Architettura del 2002, dove attraverso dei tagli in un ventre architettonico lo spettatore assisteva a una scena di intimità tra due personaggi e al contempo veniva osservato dalla performer Eva Gerd Peterson. Quest’ultima e Davide Rocchi sono i performers con cui l’Elastic Group lavora maggiormente e che ritroviamo nello Studio Pintori, trasformatosi da questa mostra in Nipple Gallery.
La mostra è costituita da due progetti: Video Contact e Amniotic City, inscatolati uno dentro l’altro. Amniotic city è l’embrione della città cibernetica creata dagli Elastic a partire dalla struttura di una scheda madre, che viene popolata da disorientati scarafaggi ed emana suoni martellanti e allarmanti. E’ una metafora dell’affollamento umano, sonoro, ma anche visivo che cresce nelle nostre città, sempre più tecnologiche e spersonalizzate. In questo scenario simbolico e suggestivo, dai colori opprimenti e dal preciso intendo di eccentuare in maniera ineludibile il disagio urbano, inizia il Video Contact, ovvero la genesi del cittadino modello di questa realtà, già definito “performer macrocefalo”, “video-chimera” e “manichino-video”. Si tratta del performer Davide Rocchi, con un monitor al posto della testa: sullo schermo passano le immagini di un’essenza futuribile e le ultime tracce di umanità, che s’identificano con gli occhi di Eva Gerd Peterson.
Occhi che interrompono il ricorrersi di fotogrammi virtuali guardando fisso verso gli spettatori e cercando un contatto con loro. Quel che deriva è una sensazione di profonda solitudine e claustrofobia. Non per criticare la bio-informatica e il progresso tecnologico, ma per invitare alla ricerca di una mediazione. Tra questo e l’umanità.
articoli correlati
Ligne Art. Arte in treno sulla linea Roma – Parigi
Coldexplosion – Galleria Paolo Erbetta
Santiago del Cile, i giovani artisti italiani prendono il metrò
link correlati
www.elasticgroup.com
Video contact
La tecnofilosofia dell’immagine
L’elasticità palpitante della videoarte
carolina lio
mostra visitata il 29 gennaio 2005
[exibart]
Il Museo Riso di Palermo ospita un confronto tra Christian Greco e Francesca Cappelletti sul futuro dei musei, tra ricerca,…
Tra fotografia contemporanea e archeologia, la mostra al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma trasforma depositi e archivi…
Alla Galleria Gaburro di Verona, la prima personale di Ruben Montini trasforma la performance Dai miei seni piange l’amore in…
Fino al 12 ottobre 2026, il Museo Guggenheim di Bilbao racconta la lunga carriera artistica di Jasper Johns attraverso una…
Prende il via il restauro del Salone dorato del Museo Poldi Pezzoli, che riaprirà al pubblico il 15 settembre grazie…
Dal femminicidio di Desdemona ai deliri di Macbeth, fino all'ironia di Falstaff: Monica Casadei porta in scena le molte forme…