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fino al 9.II.2003 | Giulia Caira – Deja-vù | Faenza (ra), Circolo degli Artisti

di - 21 Gennaio 2003

Come un virus che portiamo dentro, pronto a manifestarsi d’improvviso sino alle sue estreme conseguenze, così le scene complici dei fotogrammi di Giulia Caira, autrice e soggetto attivo di rappresentazione, ci rimandano alle ombre di un’anima femminile tanto fragile da portare i segni materiali di un amore mancato. Sono le sequenze della serie Cosìmpari dove la fisicità della Caira diventa simbolo inconscio della nudità femminile più comune il cui corpo, un tempo vissuto come tempio, baluardo, fortezza inespugnabile da altri se non da un probabile compagno, ora giace in un prorompente abbandono che reca le ferite proprie di una tragica fine (su tutte, le lacerazioni in chiave sadomasochista delle calze nere).
In Pussiblùun senso di lascivia e di vertiginosa solitudine ricopre di sa ngue blu tutto l’ambiente domestico: le sedie, gli specchi, le lenzuola su cui si adagia il corpo, le dita dei piedi e delle mani, le gambe e le braccia. Un letto solitario non è certo un rifugio allettante quando calano le tenebre della notte. Ed ecco che la protagonista, nel riflettere apertamente tale desiderio di condivisione, non si chiude in se stessa e non esclude nessuno dal proprio teatrino tragico, neppure gli sconosciuti; anzi offre la propria intimità allo spettatore quasi ad esorcizzare il dolore fisico e morale inflitto dalla perdita.
Brilla d’un rosso sfuocato, sotto forma di arredo per le pareti, questo bisogno di dualità in uno dei frammenti di Love Me Tender dove la nostra eroina si veste e traveste ora da geisha, da casalinga frustrata eppur accessoriata secondo l’immaginario dei b-movie degli anni ’60, da sensuale pin-up, ed infine trionfa in un enorme assetto di guerra, alla tank girl con tanto di mitra in mano, in cui sembra gridare: “O mi ami, o t’ammazzo ”.
Si ritrovano in questi frammenti fotografici, densi di colori forti e spalmati, tutti i feticci che da secoli vengono assunti a paradigma della femminilità nel senso più schietto del termine , come gli accessori della bellezza quali rossetto e ciglia posticce, calze autoreggenti e unghie smaltate, sino ai ferri da calza per giungere al bianco nevoso di un probabile abito da sposa oppure alle scollature che non risparmiano le abbondanti forme. Eppure, anche le pose più audaci fanno cadere in secondo piano qualsiasi il tentativo di classificarle dentro il concetto di erotismo, poiché il senso di tale rappresentazione teatrale o cinematografica in scaglie ci pare più profondo e ci spinge verso queste conclusioni: rimane certamente sempre la possibilità di sottrarsi a questi amori umani così imperfetti, in cui il desiderio incandescente della metà cresce sino a trasformarsi in delirante brama di possesso. Il tutto a patto di voltare le spalle alla vera vita. Si insinua allora il timido dubbio che forse non sia meglio evitare di opporre qualsiasi resistenza alla corrente sotterranea e sorda scatenata, sin dalla notte dei tempi, dall’incontro tra un uomo e una donna.

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silvia pedroni
mostra visitata il 30.12.2002


Giulia Caira – ‘Deja-vù’
Periodo: dal 30.11.2002 al 9.2.2003
Faenza, Circolo degli Artisti, vicolo Sant’Antonio 7
Ingresso: libero
Orari : a partire dalle 19.30
Info: tel. 0546/680707

[exibart]

Visualizza commenti

  • la caira??? un'artista al degrado...lei e quelli che le danno corda, ma è possibile che nessuno si opponga a quest'arte vista e rivista e ...basta, vi prego!

  • Mi ricordo, qualche anno fa, quando il lavoro di Giulia Caira ci veniva spacciato (da Luca Beatrice ed altri) come qualcosa che avrebbe cambiato il mondo.
    Adesso mi fa proprio pena.

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